Treno vista mare

Il treno corre senza fretta parallelo al mare, due linee equidistanti che a tratti si avvicinano assecondando le irregolari insenature di questo, o le leggere  curve disegnate da quello. Come attraverso uno zoom che ingrandisce l’obiettivo e poi si allontana al ritmo alterno di tale avvicendamento, lo sguardo oltrepassa il finestrino e si adagia sull’argentina superficie del mare mattutino, immobile specchio che duplica la luce del sole già alto nel cielo terso, solo ai bordi contornato da geometrici filamenti nuvolosi rossastri.
Di tanto in tanto i binari s’inclinano di qualche grado, accompagnando le dolci pendenze del terreno su cui poggiano e facendo lievemente piegare il treno in un riverente inchino alla sontuosa magnificenza di quell’infinita distesa d’acqua, che regala all’occhio attento vivide e rilucenti increspature ora rese visibili dalla mutata prospettiva; piccole rughe istantanee che testimoniano la remota, ma sempre giovane età del mare.
Ci hai mai pensato? Il rumore del mare è forse la più antica musica naturale giunta fino a noi intatta, e suona ancora oggi; un respiro regolare e senza sosta che scandisce il succedersi degli evi con la stessa imperturbabile quiete dell’eterno esistere del creato. La sua fresca, seducente armonia non posso udire, incapsulato tra le stridenti rotaie che procedono implacabili verso la prossima stazione. Immagino il fluire di quell’incantato suono primordiale; all’improvviso il vagone si flette di nuovo verso il mare, questa volta più distintamente per l’aumentata velocità del treno, allo stesso tempo avvicinandosi fino a pochi metri dall’acqua sottostante in quel tratto separata dalla ferrovia solo da una risicata scogliera brunastra. Un brivido corre lungo la schiena, al pensare a quale massa e a quanta forza e profondità si trovano lì, a qualche passo da me, a una minuscola distanza dall’immergermi in quel misterioso abisso, immenso cratere saturato da milioni di tonnellate d’acqua salmastra che giacciono nel silenzio sordo e ovattato del mondo sottomarino, dove anche la luce non osa penetrare e arresta la sua corsa arrendendosi all’insondabile, originaria oscurità.

(Luca Giacomozzi)

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