Pietra dell’Acqua

Un naturalista intraprende un viaggio a piedi attraverso l’estremità orientale dell’Altopiano di Asiago per imparare a conoscere l’ecologia del passato di queste montagne. Resta a camminare tra i boschi e le contrade di Foza per osservare il paesaggio e le diverse specie di alberi. Devierà presto dal cammino battuto per concentrarsi su panorami inconsueti, i più rivelatori. Scoprirà i ritmi lenti e misteriosi della natura e tante tracce quasi invisibili che trasformeranno il suo itinerario in una trama di fascino e incanto.

Nel giugno del 1994, quando un’anticiclone proveniente dall’Africa investì in pieno l’Italia, intrapresi un viaggio a piedi attraverso l’estremità orientale dell’Altopiano di Asiago con l’idea di imparare a conoscere l’ecologia del passato di questi monti. Di rado mi sono sentito così libero come in quei giorni, durante i quali vagabondai per i boschi e le contrade di Foza. Alla prima luce del mattino mi inerpicavo lungo sentieri soffici e muschiosi che si snodavano tra fratte di felci e mi sentivo meglio, sollevato, libero in mezzo a tutta quella profusione di meraviglie. Ad assorbire i miei pensieri nelle prime giornate fu l’osservazione analitica di particolari botanici come la morfologia dei fiori o cose simili.
Osservavo gli aspetti decorativi degli alberi, il portamento, la forma della chioma, la persistenza o meno del fogliame, il colore delle foglie, eventuali fiori e frutti.
Ero affascinato dalla bellezza del luogo, soprattutto dalla luce radente che penetrava in basso fra i tronchi e accentuava per trasparenza il trascolorare delle foglie.
In un libretto color cartone, ormai piuttosto logoro, registravo regolarmente quello che vedevo e annotavo molto lentamente e con grande precisione ogni mio pensiero.
Una mattina mi avviai lungo un sentiero verso il bosco. Attraversai una zona che presentava avvallamenti e, in alcuni casi, vere e proprie cavità, testimonianze della natura carsica del terreno. Camminavo mentre grandi uccelli rapaci disegnavano cerchi sopra la mia testa sfruttando le correnti ascensionali.
Ero nei pressi di una radura circondata da larici a poche centinaia di metri dal crinale e la prima cosa che colpì la mia attenzione fu un piccolo ruscello che scaturiva da una parete di roccia di colore rosso vinato. Una cosa strana perché in superficie le zone carsiche non presentano corsi d’acqua.
Ricordo che mi avvicinai e lo osservai meglio. C’era una croce profondamente incisa nella pietra e delle grandi lettere arcaiche. Fu in quel momento che notai, dietro a un abete rosso, un uomo grigio di capelli che mi guardava facendo finta di nulla. Aveva gli occhi celeste chiaro leggermente arrossati e si teneva a un grosso bastone come quelli che si usano per appoggiarsi nel cammino. Sembrava in attesa di qualcosa e c’era una misteriosa felicità che gli illuminava il volto. A un certo punto gli chiesi della presenza dell’acqua e mi disse che quella davanti a me era una sorgente temporanea e che ce n’erano almeno altre sei oltre a questa nascoste nei boschi attorno al comune. Sottolineò in modo particolare la parola “nascoste”, ma allora non ci feci caso. «Non sa quanto è stato fortunato a trovarla», aggiunse.
Mi raccontò allora di sorgenti d’acqua salvifica, di legami ecologici tra acqua di superficie e acqua sotterranea e quando gli domandai di quelle strane lettere scalpellate nella pietra mi parlò di un rotolo di pelle ovina che aveva trovato in una cavità del grande maggiociondolo vicino alla pietra da cui sfociava l’acqua.
«Apparteneva a uno spadaccino del monopolio tabacchi della Serenissima che nel 1783 era qui, tra la Val Frenzela e la Val Vecchia, in un luogo di con ne allora roccaforte del contrabbando. C’è anche la sua orma, vede? Si chiamava Angelico Alacevich, veniva dalla Dalmazia, dal villaggio di Slovast nel territorio di Duvno, ed era ammalato di peste. In questo pezzo di cuoio ha scritto di essere venuto proprio tra queste montagne in cerca della pietra dell’acqua per guarire. E poi è guarito, tanto che questa pelle scritta è una sorta di attestazione per la grazia ricevuta.»
Quando srotolò la pelle notai in un angolo della stessa un disegno nero a strisce incrociate e una specie di firma ottenuta con un ferro rovente che vedevo distintamente: San Bartolomeo Apostolo, Gallio, Ps. Erithacus.
Mi vennero in mente, d’istinto, i mulini a grano e gli opifici per la concia delle pelli nella valle della Covola, non tanto distante da dove mi trovavo. Forse era proprio da lì che proveniva questa strana pergamena su cui Angelico aveva scritto della sua guarigione e dell’acqua, “ricettacolo di ogni germe di vita che guarisce le piaghe, purifica e ringiovanisce, introduce all’eternità…”
Lessi più volte quello che c’era scritto sopra e mi colpì non poco la scrittura color porpora e la forma regolare delle singole lettere (di non comune raffinatezza stilistica) impresse su un materiale dall’aspetto così antico.

Nel grembo d’un prato è fonte perenne, luce d’infallibile verità, nuovo inizio di bontà, elisir d’immortalità, matrice e fondamento del mondo. Lava le macchie dell’anima, cancella ogni colpa. Ne bastano tre stille ogni giorno. Tanto di fontane ce ne sono sette qui a Foza, ma tutte sono invisibili.
(Marco Crestani)

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