Una parola-tema

Molti studi si sono limitati a vedere nell’Anabasi un minuzioso diario di guerra, la cronaca della ritirata dei diecimila mercenari greci assoldati da Ciro il giovane.

In effetti Senofonte va al di là di quelli che erano i problemi militari o logistici, fermandosi sovente a esaminare tutti gli aspetti etnografici delle genti che incontra.
Anabasi per Elio Vittorini è una sorta di parola-tema.
Nel 1953, in un «risvolto» de Il sergente della neve. Ricordi della ritirata di Russia di Mario Rigoni Stern, Elio Vittorini scriveva: «Una piccola Anabasi dialettale, la definiremmo.»
Italo Calvino, nella sua prefazione all’Anabasi di Senofonte, mette in evidenza come quest’opera sia particolarmente vicina (per spirito e capacità di attivare, attraverso la narrazione, non solo la potenza delle testimonianze di eventi accaduti, ma le percezioni e le sensazioni dei partecipanti, dei luoghi e degli spazi) a quella di Mario Rigoni Stern (soprattutto per un effetto di rimotivazione e di ritualizzazione, nonché di costruzione di un codice morale). 

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L’i-tagliano che libera

Luigi Meneghello ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo di un nuovo modello multidisciplinare di studi italiani nel sistema universitario del Regno Unito.

In Gran Bretagna ha fondato il leggendario Dipartimento di Studi Italiani di Reading e qui ha insegnato dal 1964 fino alla pensione nel 1980. 

Al centro della sua ricerca c’è la lingua. Meneghello sembra suggerire che il dialetto esiste solo nella misura in cui non è puro e che deve esserci una dialettica continua tra dialetto e lingua nazionale.
Il cattivo “dialetto”, messo per iscritto, può essere positivo e creativo… L’i-tagliano libera, contamina l’italiano in modo fruttuoso.


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Massimo Del Pizzo

Massimo Del Pizzo è Professore Associato di Letteratura Francese Moderna e Contemporanea alla Facoltà di Lingue dell’Università di Bari; è membro della “Société Jules Verne” e del CRAV (Centro Ricerche Avanguardie – Università di Bari). Dal 2003 dirige i Seminari di traduzione letteraria Traduttoritraduzioni  presso il CSL (Centro Studi Linguistici) di Francavilla al Mare.
Studia in particolare l’opera di Jules Verne (al quale ha dedicato traduzioni, articoli e la raccolta di saggi Viaggi e passaggi. Letture di Jules Verne, Chieti, Solfanelli 1995) e le forme della letteratura fantastica del Novecento, alla quale sono dedicati i suoi più recenti volumi: I microscopi dell’Altrove. Utopia Fantastico Fantascienza  (Bari, B. A. Graphis 2003 – nuova edizione aggiornata) e Se l’Altro non esiste. Fantastico e immaginazione scientifica nel Novecento (Crav. B.A. Graphis 2004).

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Massimo Del Pizzo, Contropasso

Scrive Bruno Pompili che “ci sono sempre delle prime cose facili nei racconti di Del Pizzo: un’illusione che può anche durare, per il lettore di superficie”.
Massimo Del Pizzo ha scritto numerosi racconti apparsi in quotidiani, riviste e antologie collettanee.
Se la scrittura deve servire a sfuggire al tedio, alla pesantezza del tempo, al silenzio o al vuoto, Del Pizzo non può di certo essere considerato uno scrittore d’intrattenimento. La sua è una scrittura parola per parola in cui l’inatteso si nasconde in ogni riga…
Contropasso di Massimo Del Pizzo è stato pubblicato nel 1996.

 

Prendere lezioni da un vero scrittore

John Gardner è stato insegnante di scrittura creativa per tutta la vita ed era conosciuto per le sue osservazioni dirette e taglienti.
Raymond Carver lo ricorda così.
“Ero emozionato all’idea di prendere lezioni da un vero scrittore. Prima di allora non avevo mai visto uno scrittore in carne e ossa ed ero in soggezione…
Quando incontrai John Gardner, il giorno della mia immatricolazione, stava dietro a un tavolo, nella palestra delle donne. Firmai il registro e mi venne dato un tesserino.
Non assomigliava neanche lontanamente all’immagine di scrittore che mi ero fatto.

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Dove Siamo

Indirizzo:

Contrà Busa, 4
36062 Fontanelle di Conco VI

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Diario greco 7

Questo suo modo di scrivere cosi colorato e vivo mi apparve quasi subito come una necessità catartica e forse per questo rimasi più volte a rileggere certi punti che faticavo a capire per la ricchezza di metafore e di invenzioni fulminanti che mescolavano felicemente espressioni gergali ad allusioni colte con risultati che di volta in volta potevano essere velati o spiazzanti.

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Diario greco 6

Asprea si fa trascinare dagli eventi e dalle circostanze nei luoghi più impensati. Avverte in modo chiaro il piacere dello stupore prendendo piena coscienza di se stesso. Vede nella Grecia classica non solo la propria origine, ma anche una sorta di rifugio ideale di serenità, lontano da tutte le guerre del mondo.
“Camminare in Arcadia è immergersi in un mondo che non è più il nostro, è spogliarsi di vesti e bagagli pesanti che gravano sui nostri pensieri, è indossare il saio, calzare il sandalo e seguire le vie eterne della transumanza. È un ritorno alla conoscenza primordiale, allo stupore dei primi incontri, al primo sguardo rivolto al cielo, alle stelle, alla terra. È sentire il primo canto, il primo verso. Sentire la parola, ancora oggi chiara, dell’antico accento dorico.”

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Diario greco 5

Poi, di colpo, il viaggio. La ricerca di un’origine, di una matrice identitaria, di una mappa. Un altrove che sembra alludere a un oltre. Una soglia, un percorso iniziatico, uno spazio liminare.
“Dalla pianura la strada sale con ampie curve verso le colline nell’ampia valle dell’Alfeo, sempre più su verso Olimpia. Si arriva all’improvviso e il cartello stradale, nel chiaro corsivo dorico, evoca lontane storie e mitici eroi del passato.
Mi risveglio da un torpore strano, incontenibile. Seguo i turisti, tanto per darmi un contegno, e mi ritrovo inaspettatamente tra le colonne ioniche del Ginnasio con un biglietto in mano e un libro aperto davanti.

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Diario greco 4

Continuai a leggere, senza darmi tregua. Volevo capire, volevo conoscere.
“C’è che la gloria ha sempre bisogno di morti, di patacche e di commemorazioni con messa cantata al finale… ma noi in quel settembre eravamo ancora vivi e troppo scomodi testimoni della loro meschinità, un bagaglio troppo pesante da riportare a casa.
Seguirono, così, il metodo tradizionale degno di una stirpe antica: fuggirono… tanto il fatto di aver dimenticato tra le pieghe della geografia balcanica un esercito di quasi mezzo milione di uomini non turbava minimamente i loro sonni.
E poi gli altri, ecco, gli altri… i nemici ai quali dovevamo sparare. Ebbene, furono i soli che ebbero pietà di noi. Le loro parole straniere di una lingua antica furono le uniche che sentimmo in quei giorni. Forse non le capimmo proprio tutte, ma di certo avevano il tono delle parole amiche.”

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Diario greco 3

Mi impressionò in particolare un punto in cui Asprea descriveva la partenza dall’Italia nell’ottobre del 1940 — “all’inizio della scaletta, crocerossine offrivano frutta di stagione, cartoline e saponette profumate… chi non ricorda quelle scalette era forse rimasto a casa o forse non può ricordare perché non è più…“ e poi il mare che rivedeva più di trent’anni dopo — “un mare sopra cui non posso dormire… dormire è l’oblio… forse la nave su cui sono adesso passa sopra altre navi, quelle affondate allora in queste acque… passa sopra la Divisione Julia, di ritorno dal fronte greco, appena risparmiata da un nemico che non aveva voluto infierire e compiere inutili stragi… mentre sapeva e voleva compiere una strage perfetta l’altro nemico, quello di Cefalonia, preciso e metodico contro soldati vinti e disarmati,  uccisi uno per uno con ordine, e i loro corpi bruciati con la benzina per cancellarne anche la memoria…”

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Diario greco 2

Marcello mi aveva parlato varie volte di un documento ciclostilato trovato per puro caso in una vecchia soffitta. Una specie di diario — un testo “non ordinario” che considerava quasi una mappa perché “parla di visioni, di percezione…” — tenuto durante un viaggio in Grecia “andata e ritorno, con fermate facoltative in luoghi normali, strani o fuori mano, ma sempre forniti di ombrose taverne…”

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