L’enigma nel nome, 1

(L’untore nella Peste di Camus)

Gli scrittori fanno ginnastiche incredibili quando danno nome ai loro personaggi. A volte ce ne nascondono la provenienza e una qualche simbologia, a volte esibiscono sia l’una che l’altra.

Ci sono state polemiche, e partiti presi, nella lettura ideologica, morale e politica di La Peste di Albert Camus. E sembrava ormai che il gioco fosse chiuso, e molto il silenzio di fronte a questo classico del 900.

Volendo guardar bene, qualcosa si vede che può cambiare la comprensione dell’opera e aiutare quella dell’autore. La chiave sta nel personaggio di Paneloux, e l’enigma anche.

Un padre gesuita, rigoroso, radicale, con tardivi fili di quella che si chiama pietà cristiana. Predicatore di fama.

A guardare bene, e sciogliendo l’enigma del nome, la peste è lui. Paneloux è l’anagramma di Πανούκλα (Panoukla). Camus conosceva per certo il greco classico, e in più aveva amici moderni, oltre ad aver studiato la storia del flagello in tutte le epoche e paesi.


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Diario di un insegnante d’Italiano ai Tropici (ONE)

Insegno cultura, lingua, e letteratura italiana ai Tropici. A Boca Raton, 40 miglia a nord di Miami, lussureggiante cittadina che si specchia sull’Atlantico, ricca di palme e ville principesche color rosa pastello, di iguane che si arrostiscono sui rami, di miliardari e di giardinieri neri. È una follia. Fuori il sole si sbizzarisce, e io dentro a parlar di preposizioni articolate. Perché?
Personalmente lo faccio per cinque ragioni. Primo, non saprei cos’altro fare. Qualcuno ha detto che quelli che non sanno fare niente diventano insegnanti: per quello che mi riguarda è assolutamente vero.
Secondo, insegno lingua e cultura italiana per combattere la mia personale battaglia contro la corruzione del linguaggio – che diventa corruzione del pensiero, essendo il linguaggio padre e non figlio del pensiero.
Cerco di far capire che “Mia Amata Immortale” è meglio di tvb e che le parole non si limitano a trasportare concetti ma hanno colori e suoni che vanno distesi sulla pagina. Le parole non solo si leggono e si sentono, ma si vedono. Io odio gli scrittori che scrivono ecc. Io se vedo scritto ecc. leggo ecc, uno starnuto mozzato in gola. Io odio gli scrittori che scrivono ecc. perché significa che han perso di vista la bellezza, son dei banditori, dei politici, dei chiacchieroni.

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La prima pulsazione di Lolita

Anche se Vladimir Nabokov ha definito L’incantatore (Adelphi, 2011) il «primo, piccolo palpito» di Lolita, sarebbe sbagliato considerare questo scritto come un mero esperimento, una semplice prova antecedente il romanzo sulla ninfetta più famosa della letteratura. Se da una parte L’incantatore è una sorta di scheletro dell’opera del 1955 (certo molto più breve ed essenziale, in cui però è già possibile intravedere un progetto più complesso), dall’altra la struttura del racconto è tale da poter sussistere in completa autonomia. Sono presenti la nota cura di Nabokov per il particolare (che in testi come Ada o Ardore raggiunge punte di massima espressione), oltre che la tendenza dell’autore a raccontare una storia seguendo una precisa logica deterministica: sin dalle prime pagine, infatti, gli eventi sono presentati in maniera tale per cui a delle azioni seguiranno delle ovvie conseguenze.

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La velocità e il ghiaccio sottile

Emanuele mi segnala il sito di Priamo – dai un occhio, dimmi che ne pensi – mi ha detto, ed ecco che, curioso, sono andato a vedere. Ho letto il manifesto: il chi siamo, il cosa vogliamo dei fondatori di Priamo, e ho trovato qualcosa di più di un elenco per sottrazione.
“Manifesto”: le parole aprono interi mondi. Per un attimo la mia mente corre al passato e pensa a tutto quello che la parola “manifesto” è capace di evocare, e sono tante le immagini, i significati che nel tempo questa parola ha assunto che viene da lasciarsi rapire. Ma nel manifesto di Priamo si parla di libri, libri nel senso di letteratura, e allora mi è tornato il pensiero fondante. È la letteratura che nutre le radici del pensiero umano, che gli dà forma, coerenza, struttura, senso. È la letteratura che ci dice chi siamo. Lei sola, attraverso la parola scritta, ci svela a noi stessi.

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L’eterno ritorno del dolore

È difficile pensare che la guerra abbia le sue abitudini che, proprio come la vita di ognuno di noi, si consumi nella routine, nella noia, nell’indifferente, automatica reiterazione di gesti, comportamenti, doveri da assolvere, corvée assegnate da portare a termine. Eppure è proprio così ed è forse questo l’aspetto più terrificante: la sua normalità. Non la tragedia incomprensibile dello scontro, il selvaggio crepitare delle armi, lo sconvolgimento psicofisico causato dai bombardamenti di obici e mortai, gli assalti feroci e disperati, i corpi mutilati, l’odio indotto per un nemico che in realtà non si conosce (e che dunque non si ha alcun motivo di odiare); non la folle paura di morire – che in realtà è la più limpida espressione della voglia di vivere – né la sete di sangue, né la presa di coscienza che uccidere, annientare, è un istinto naturale dell’essere umano; quel che rende la guerra la più infernale delle esperienze è la sua ripetitività, perché a riproporsi è l’ordinario, non l’eccezione.
Nel suo splendido, lacerante Matterhorn, romanzo sulla guerra del Vietnam, Karl Marlantes, giovane laureato di Yale arruolatosi nel corpo dei marines nel 1968 e spedito al fronte, non lontano dal confine con il Laos, a combattere contro l’esercito nordvietnamita, racconta quel che ha vissuto concentrandosi proprio sull’assurdo paradosso che è poi la verità ultima del conflitto: la “banalità” del suo procedere.

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Senza memoria (non versi, ma righe corte)

Il 22 settembre scorso è mancato il pittore cesenate Pier Paolo Pollini, un artista che ha fatto dell’inquietudinedel cuore umano in perenne lotta i caratteri dominanti della sua opera.
Pier Paolo Pollini iniziò a esporre nel 1966, rivelando subito un grande talento attraverso una pittura particolarmente intensa ricca di significati e ardente di visioni. Come lui stesso chiarisce: “… fin dal principio ho voluto dare forma a ciò che forma non ha, sentendo nel mio profondo l’anelito ad atmosfere e spazi irraggiungibili, trasfigurati da luci e colori infattibili all’uomo…”
Bruno Pompili lo ricorda con questi versi inediti simili a stoffe porose o a nuvole improvvisamente percorse dal vento e dal sole che si lasciano attraversare, intridere, irradiare dalle luci e dalle ombre della terra.

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