Diario greco 4

Continuai a leggere, senza darmi tregua. Volevo capire, volevo conoscere.
“C’è che la gloria ha sempre bisogno di morti, di patacche e di commemorazioni con messa cantata al finale… ma noi in quel settembre eravamo ancora vivi e troppo scomodi testimoni della loro meschinità, un bagaglio troppo pesante da riportare a casa.
Seguirono, così, il metodo tradizionale degno di una stirpe antica: fuggirono… tanto il fatto di aver dimenticato tra le pieghe della geografia balcanica un esercito di quasi mezzo milione di uomini non turbava minimamente i loro sonni.
E poi gli altri, ecco, gli altri… i nemici ai quali dovevamo sparare. Ebbene, furono i soli che ebbero pietà di noi. Le loro parole straniere di una lingua antica furono le uniche che sentimmo in quei giorni. Forse non le capimmo proprio tutte, ma di certo avevano il tono delle parole amiche.”

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Diario greco 3

Mi impressionò in particolare un punto in cui Asprea descriveva la partenza dall’Italia nell’ottobre del 1940 — “all’inizio della scaletta, crocerossine offrivano frutta di stagione, cartoline e saponette profumate… chi non ricorda quelle scalette era forse rimasto a casa o forse non può ricordare perché non è più…“ e poi il mare che rivedeva più di trent’anni dopo — “un mare sopra cui non posso dormire… dormire è l’oblio… forse la nave su cui sono adesso passa sopra altre navi, quelle affondate allora in queste acque… passa sopra la Divisione Julia, di ritorno dal fronte greco, appena risparmiata da un nemico che non aveva voluto infierire e compiere inutili stragi… mentre sapeva e voleva compiere una strage perfetta l’altro nemico, quello di Cefalonia, preciso e metodico contro soldati vinti e disarmati,  uccisi uno per uno con ordine, e i loro corpi bruciati con la benzina per cancellarne anche la memoria…”

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Diario greco 2

Marcello mi aveva parlato varie volte di un documento ciclostilato trovato per puro caso in una vecchia soffitta. Una specie di diario — un testo “non ordinario” che considerava quasi una mappa perché “parla di visioni, di percezione…” — tenuto durante un viaggio in Grecia “andata e ritorno, con fermate facoltative in luoghi normali, strani o fuori mano, ma sempre forniti di ombrose taverne…”

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118 anni fa moriva il mio amico Oscar, ma suppongo sia una Fake News

[Ripropongo qui una breve e bizzarra storia vera che venne pubblicata per la prima volta nel 2005 sul blog “Vibrisse”]

Ieri mattina sono andato a messa, qui a Boca Raton, Florida, dove abito. La messa è cominciata e prima del Vangelo una signora distinta è salita sull’altare: apparteneva all’associazione “Citizens for Science and Ethics, Inc.” e ha pubblicamente chiesto di aderire a una petizione per proporre allo Stato della Florida un emendamento che “protegga il matrimonio come unione legale solo tra un uomo e una donna e che provveda che nessun’altra unione considerata come matrimonio o equivalente venga riconosciuta e considerata valida.”

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Algebra lunare

Osservo il cielo serale dal finestrino dell’autobus. La luna è a mezz’altezza, a circa un’ora dallo zenith. La sua circonferenza è smussata sul bordo in alto a destra in modo leggero ma distintamente percettibile, riempita da un deciso giallo arancio che la fa assomigliare a un melone cui è stata tolta la buccia lasciando la polpa ancora intatta. I suoi crateri, visibili come piccole macchie in ordine sparso, sembrano i semi dei meloni tagliati a metà, quando la polpa si sbriciola facendoli affiorare attraverso le sue crepe.

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Diario greco

Il mio amico Marcello non poteva certo dire di avere molti ricordi personali di Franco Asprea. L’aveva visto un’unica volta – e su questo a tutt’oggi non ci sono dubbi – nell’estate del 1981, quando era intervenuto in veste di esperto dell’età neolitica del bronzo a un convegno di archeologia locale.
Naturalmente – con la baraonda che c’era in quella sala stracolma di archeologi dilettanti con velleità da romanzieri – lì per lì non lo aveva colpito più di tanto, come del resto tutta l’altra parte dei temi trattati; ma la domenica pomeriggio, quando si ritrovarono tutti per il caffè alla grande tavolata al Laurin e ad Asprea fu chiesto, in quanto decano, di rivolgere qualche parola alla comunità di “archeologi per diletto” riunita per l’occasione, l’attenzione di Marcello fu indirizzata per forza di cose su di lui, nel momento stesso in cui si alzò in piedi battendo con un cucchiaino il proprio bicchiere.

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