Diario greco 2

Marcello mi aveva parlato varie volte di un documento ciclostilato trovato per puro caso in una vecchia soffitta. Una specie di diario — un testo “non ordinario” che considerava quasi una mappa perché “parla di visioni, di percezione…” — tenuto durante un viaggio in Grecia “andata e ritorno, con fermate facoltative in luoghi normali, strani o fuori mano, ma sempre forniti di ombrose taverne…”

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118 anni fa moriva il mio amico Oscar, ma suppongo sia una Fake News

[Ripropongo qui una breve e bizzarra storia vera che venne pubblicata per la prima volta nel 2005 sul blog “Vibrisse”]

Ieri mattina sono andato a messa, qui a Boca Raton, Florida, dove abito. La messa è cominciata e prima del Vangelo una signora distinta è salita sull’altare: apparteneva all’associazione “Citizens for Science and Ethics, Inc.” e ha pubblicamente chiesto di aderire a una petizione per proporre allo Stato della Florida un emendamento che “protegga il matrimonio come unione legale solo tra un uomo e una donna e che provveda che nessun’altra unione considerata come matrimonio o equivalente venga riconosciuta e considerata valida.”

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Algebra lunare

Osservo il cielo serale dal finestrino dell’autobus. La luna è a mezz’altezza, a circa un’ora dallo zenith. La sua circonferenza è smussata sul bordo in alto a destra in modo leggero ma distintamente percettibile, riempita da un deciso giallo arancio che la fa assomigliare a un melone cui è stata tolta la buccia lasciando la polpa ancora intatta. I suoi crateri, visibili come piccole macchie in ordine sparso, sembrano i semi dei meloni tagliati a metà, quando la polpa si sbriciola facendoli affiorare attraverso le sue crepe.

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Diario greco

Il mio amico Marcello non poteva certo dire di avere molti ricordi personali di Franco Asprea. L’aveva visto un’unica volta – e su questo a tutt’oggi non ci sono dubbi – nell’estate del 1981, quando era intervenuto in veste di esperto dell’età neolitica del bronzo a un convegno di archeologia locale.
Naturalmente – con la baraonda che c’era in quella sala stracolma di archeologi dilettanti con velleità da romanzieri – lì per lì non lo aveva colpito più di tanto, come del resto tutta l’altra parte dei temi trattati; ma la domenica pomeriggio, quando si ritrovarono tutti per il caffè alla grande tavolata al Laurin e ad Asprea fu chiesto, in quanto decano, di rivolgere qualche parola alla comunità di “archeologi per diletto” riunita per l’occasione, l’attenzione di Marcello fu indirizzata per forza di cose su di lui, nel momento stesso in cui si alzò in piedi battendo con un cucchiaino il proprio bicchiere.

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Odori, sapori, rumori, colori

Nell’ultima parte del viaggio verso Covendo, Luigi visse un incredibile caleidoscopio di emozioni. Odori, sapori, rumori, colori.
Pensava, così, a quanto i giorni che gli restavano davanti sarebbero stati pieni di cose da vedere e forse non sarebbe neppure riuscito a osservarla nella sua totalità quella incredibile materia che era a sua disposizione.
“Il 27 maggio ci levammo presto. Il barometro era a 724. Si trattava di rimontare il Beni per giungere alla Missione di Covendo, distante 6 leghe di cammino dalla confluenza del Bopi, verso sud.
Per rimontare questi fiumi, non si usa mai il callapo, troppo pesante, ma la balsa sciolta. Si legano tre corde alla punta del palo di mezzo dopo la tavoletta — la chiamano hoimù — piantata in piedi sulla prua. Tre uomini scendono a terra e tirano la balsa con le tre corde; il quarto — perché l’equipaggio di una balsa è composto di quattro uomini — scende anche lui a terra, armato della lunga canna di charo e, appoggiandolo contro l’hoimù, ora dalla spiaggia e ora entrando nell’acqua, scosta la balsa quando sta per avvicinarsi troppo alla riva.

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La maestosa luce della felicità

Una sera, Luigi restò in attesa. Aveva cominciato a piovere. Sentì le gocce leggerissime sulle braccia, sorpreso. Si strinse nelle spalle mentre la pioggia cadeva su di lui, e cadeva silenziosa nel buio sul volto turbolento del fiume.
Il mondo gli si apriva davanti come non si era mai aperto prima e ogni pensiero gli si affacciava alla mente trasfigurato dalla maestosa luce della felicità.

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