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L’autunno è arrivato

Oggi il calendario segna 21 settembre: l’autunno è arrivato. L’estate ormai se n’è andata, nonostante il caldo persistente ne faccia ancora sentire la presenza. Le giornate si fanno via via sempre più corte; le foglie cominciano a cadere, in alcuni casi anche i capelli. La natura si prepara alla lunga stagione invernale e il verde rigoglioso dei mesi trascorsi impallidisce, lasciando il posto prima al giallo e quindi al marrone. Anche la natura conosce le metafore: tutto ciò che inizia a esaurirsi e morire ritorna alla terra, colorandosi allo stesso modo.
Gli Inglesi d’America vedono tutto questo ed esprimono l’autunno con la parola “fall”, che letteralmente significa “cadere”. Invece il latino “autumnum”, genitore sia del nostro “autunno” che dell'”autumn” d’oltremanica, racconta una storia diversa. La sua origine sta nel verbo “augere”, che significa “aumentare”, a sua volta imparentato con la radice sanscrita “au, av” che indica “godere”, “saziarsi”.
Cos’è che “aumenta” e di che cosa si dovrebbe “godere”?
Il lavoro dei campi, in voga da circa dodicimila anni a questa parte, in estate produce il suo massimo profitto, che diviene abbondanza di sostanze di cui saziarsi nei mesi a venire fino alla successiva semina primaverile.
La meravigliosa e poetica armonia della natura si ripete anche nel ciclo circadiano: il mattino, così fresco e pieno di propositi, matura nel lavoro delle ore successive; segue nel pomeriggio la sua completa realizzazione, che lascia infine il posto al silente riposo notturno.
A ben pensarci, invero accade così anche nelle fasi della nostra vita.
E cosa dire delle stagioni del cuore? L’umano sentire a volte stravolge la consueta ciclicità del creato: momenti di crescita e di caduta si alternano in vortici all’apparenza di scarsa logica e caotica frenesia; altre volte, una stanca e sterile immobilità sembra avere poco a che fare con l’economia della natura, che niente fa per caso.
L’equilibrio ritorna amando: tutto diviene un continuo fiorire, e anche quando si soffre in realtà si sta lavorando il terreno per la prossima semina, che avrà nelle lacrime la sua irrigazione e nella gioia del perdono e della compassione il suo futuro, abbondante raccolto. Serve però la pazienza di attendere e sperare che le intemperie non rovinino quanto fatto, oppure che la siccità non vanifichi tanto duro lavoro. Alcuni la chiamano fede, altri si appellano alla fortuità del caso o alla necessità della causalità.
Qualsiasi cosa sia, l’amore non è mai né troppo, né sprecato.

Luca Giacomozzi

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