Incurabili

Camminavano piano quel giorno alle Zattere, come chi ha paura di arrivare troppo in anticipo da qualche parte. Aleggiava una nebbiolina pallida e scrutavo disperatamente l’orizzonte forse alla muta ricerca di un segno di salvezza. E c’era nell’aria uno strano odore di alghe gettate a riva, vaniglia e caffè. Venezia è la città dell’occhio, diceva Brodskij. Perché qui è la pupilla a essere animata e di continuo sulla rètina si alternano balconi incrostati di marmi policromi, frontoni intarsiati di serpentino, nicchie rivestite di mosaici scintillanti, cornicioni ornati da cherubini o finestre moresche che si specchiano nell’acqua torbida… E tutto questo “troppo” per l’occhio può essere curativo perché allontana nostalgia e malessere e fa andare oltre l’ovvio, toglie dalle cose la polvere della banalità e dell’oblio. Una percezione di abbandono e smarrimento mi colse all’improvviso. Mi sentivo in uno spazio quasi irreale, mobile, inafferrabile. Il suolo pareva muoversi e vedevo davanti a me palazzi e chiese frantumati al riverbero della luce e vibranti di riflessi impreziosire come un ricamo la lunga e severa facciata cinquecentesca dell’ex Ospedale degli Incurabili. Guardavo l’acqua screziata che si frangeva contro i palazzi e pensavo a quanto fosse incurabile l’animo umano — sempre, malgrado tutto, assetato di una felicità piena, assoluta, infinita — domandandomi anche perché Venezia sembrasse eternamente cadere in pezzi senza poi farlo mai…

(Marco Crestani)

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