Categoria: Il Blog di Priamo

Senza più voglia di ritrovar la retta via

Il 15 luglio 2003 ero in vacanza in Sardegna. Mia figlia aveva 5 anni, e la mia vita, esattamente dalla sua nascita, aveva declinato i verbi dalla prima singolare alla prima plurale: l’io – da sempre ingombrante per chiunque – era NOI. 
Avevamo affittato una casa vicino alla pineta, che attraversavamo più volte al giorno per recarci alla spiaggetta tranquilla che sentivamo anche un po’ nostra, senza reclamarne la proprietà, ma condividendone lo spirito un poco spartano ma profumato e colorato di meraviglia.


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Uno spiraglio sul mondo

Il viaggio per Astolphe de Custine era “un modo amabile di passare la vita” e forse una vera e propria vocazione da coltivare con rispetto.

La sua iniziazione al viaggiare avviene tra il 1811 e il 1814 quando il giovane Astolphe conosce l’Europa al seguito di sua madre scortata dall’amante di turno che lei presenta a tutti come medico e psichiatra del figlio. Visiterà la valle del Reno, la Svizzera e l’Italia.

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Quelle parole entravano in me…

Ieri sera tornando a casa in auto, lungo l’autostrada, ascoltando prima il finale del cd di Rocchi-Maroccolo, e poi le sonate per pianoforte di Brahms eseguite da Gould, ripensavo alla serata, alla mia vita, alla leggerezza, al senso del non senso.
Ero stanco: venerdì sera estivo, ferie da fare, molti progetti in sospeso che danno euforia e che schiacciano col loro peso specifico, in un gioco di continui equilibrismi, mai stabili.

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A pranzo con Orson

HJ: I francesi conoscevano Quarto potere?

OW: Credevo che a Parigi fosse stato un successone, e invece una volta là scoprii tutto il contrario. Non sapevano chi fossi. Non sapevano cosa fosse il Mercury Theatre, la mia compagnia, e io pensavo di sì, visto che io conoscevo il loro teatro. Mi hanno proprio snobbato. Quarto potere diventò famoso solo più tardi, e molti lo detestarono. Negli Stati Uniti fu capito; in Europa, no. La prima volta che ne sentirono parlare fu quando Jean-Paul Sartre lo demolì. Ci scrisse sopra un papiro di quarantamila parole.

HJ: Be’, magari lo trovò politicamente offensivo; non so.

OW: No. Secondo me lo fece fuori perché fondamentalmente è una commedia.

OW: Lo è. Nel senso classico del termine. Non perché faccia sbellicare dal ridere, ma perché gli elementi tragici sono caricaturali.

HJ: Non ho mai pensato a Quarto potere come a una commedia. È profondamente emozionante.

OW: Certo, ma anche le commedie possono emozionare. La grande epopea di Xanadu ha un lato satirico. E Sartre, che non ha il senso dell’umorismo, non poteva apprezzare.


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L’animale sbagliato

Prima Bambina: «Dimmi la verità: il lupo è cattivo?»
Primo Bambino: «Dimmi la verità: l’albatro è crudele?»
Altra Bambina:«E i rettili, la iena, il falco, la gru sono buoni?»
Altro Bambino: «Secondo te: il documentario è buono?»
Insieme: «Signore, cosa vuol dire: ottica?»

Se parlo dell’agnello mi faccio coinvolgere dai suoi ricciolini; se parlo del pinguino dico che assomiglia all’uomo, per come cammina; figurati se parlo delle scimmie: sempre a insistere che Darwin aveva ragioni da vendere. … E chi le compra più, le ragioni!
Quando un cucciolo ha fame, è tutto consentito. La volpe, il topo, il gabbiano portano via le uova dal nido del passero, del gabbiano («senti, senti!») e del pinguino. Mangiare è un principio, e solo per l’uomo è un’arte, a sentire certuni.
I felini («buoni loro!») si feriscono la zampa, o prendono una cornata dal bufalo, non possono più cacciare, hanno un mucchio di problemi, e i piccoli chi li cura: possono essere adottati, o anche mangiati dal leone (etc.), proprio lì accanto.

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Non so se ci sia vita dopo la morte…

Di sicuro in questo caso c’è stata molta scrittura…


Intervista a Giuseppe Braga, autore di Ricordati dei fiori, Priamo Editore.

Dopo nove anni torni alle stampe con questo libro. Emozioni particolari?

Ti dirò. In questo lungo periodo mi sono accadute tali e tante di quelle cose che l’uscita di un libro, pur essendo un testo a cui tengo particolarmente, non può pareggiare. Penso alla nascita di mia figlia e alla morte di mio padre, tanto per restare in tema.

Quindi. Dopo tutto questo tempo, dalle scuole di scrittura e dagli esordienti scrittori di cui ci avevi raccontato nel tuo primo lavoro (“Ma tu lo conosci Joyce?”, Sironi Ed.), passi direttamente a un testo che gravita attorno alla morte di tuo padre e a ciò che è accaduto dopo. Sempre utilizzando un registro leggero, a tratti quasi comico, ma che allo stesso tempo va dritto al bersaglio senza mai girarci troppo intorno. Un bel salto, non trovi?

Il fatto è che io non mi sento un vero scrittore. Io riesco a raccontare solo ciò che mi capita. Certo, a ripensarci, avrei preferito continuare a scrivere di scrittori esordienti e di tutti i cacciaballe di cui è pieno il mondo dell’editoria. E invece m’è toccato scrivere di funerali e cimiteri. Un lato positivo però, tutto sommato ci sta.

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