Categoria: Il Blog di Priamo

Elogio di Raymond Chandler

chandlerOgni volta che leggo qualche Grande Romanzo Americano di qualche Grande Scrittore Americano (da Hemingway a Philip Roth, per dire) mi spunta sempre in mente una frase del tipo: “Questo non ha un’unghia del talento di Chandler”.
Lo so, lo so, son riflessioni poco accademiche, una di quelle constatazioni lapidarie che vanno bene per mettere un po’ di subbuglio su Facebook, ma tant’è:  a me Chandler sembra una spanna sopra tutti. Ai tanti studenti di creative writing, ai tanti scrittori usciti dai corsi di scrittura che pascolano in perfetto equilibrismo fra personaggi tridimensionali, prosa controllata e spolveratine sociologiche –  vorrei dire, risparmiate tempo e denaro: leggetevi Raymond Chandler.

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Una giornata di padri

gbOggi è una giornata di padri.
Pensavo a una serie di coincidenze minimali e ho deciso di scriverne due righe, forse inutili, forse no. Non per me.

Padre 1
Oggi a Milano uno degli autori di Priamo presentava il suo libro dedicato al padre. È un libro pieno di grazia, di umorismo leggero, pur affrontando il tema della scomparsa del proprio genitore, del dolore che ne consegue – che è un dolore strano, ondivago, un poco ciclotimico –
Mi sarebbe piaciuto partecipare, ma purtroppo non ho potuto: ci saranno altre occasioni;

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Diario di un insegnante in Florida (Twelve)

flNon che mi dispiacerebbe infilare una mano nelle mutandine di Cristina. No, no, mi piacerebbe molto. È che è la figlia di Helen ed Helen è una mia studentessa, malgrado abbia vent’anni più di me, io quasi trentatré lei quasi cinquantatré, occhi verde topazio, un passato da cantante jazz, repentino ritorno a scuola e due tette fresche e bianche. Non che non infilerei una mano nelle mutandine anche di Helen, ma è mia amica, e anche suo marito Jeffrey è mio amico, e poi è mia studentessa, non posso farmi le studentesse per contratto – figuriamoci le figlie delle studentesse!
Ma insomma, stasera ero a cena a casa loro, e Cristina aveva questi occhi da fenicia, occhi scuri e intrisi di malinconia, che poi è la malinconia ottusa dei vent’anni, della bellezza dei vent’anni, aveva questo calice di vino in una mano e un libro nell’altra e stava sdraiata sul sofà color crema, a piedi nudi, e poi posava il vino e telefonava a chissachì e si metteva a leggere a questa persona brani del libro.

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Il ginocchio di Eva, tuttavia

Chi ha messo insieme quella storiella è stato bravo. Infatti non è stata dimenticata, lungo un tempo difficile da misurare, in attesa inconsapevole di poterla scrivere. Si è aspettato insomma di passare dalla tradizione orale (con suoni molto probabilmente sconnessi, disarticolati piuttosto) alla scrittura (con imprecisioni e forti incertezze di sintassi, sicuramente confusa). E in tanti luoghi, in continenti diversi, in qualunque tribù, tutti hanno dato voce alla stessa storia e si sono riferiti a una paradisiaca location [sic], perduta.
C’è stata nel tempo e nei luoghi un’ampia schiera di primi legiferanti, guru, martiri e stregoni, che sono tutti parecchio rassomiglianti, nelle diverse quanto incerte memorie collettive, o meglio in impossibili ricordi, se non inventati per qualche scopo.
Però con quelli, con personaggi così, ci si può governare il mondo. Non sembri poco: altri hanno faticato molto di più, sicuramente.
Tuttavia, visto che la diamo per una storiella, non daremo troppo peso: stiamo parlando solo per divertimento.
Tuttavia: «Non sarebbe il caso di cercare qualcosa d’altro?». «Sì!!…», tutti risposero in coro.
Mi adeguerei, ma non mi è mai sembrato necessario cercare il successo nella folla.

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L’Aquila, una domenica pomeriggio

Arrivando all’Aquila da Roma, la si vede dall’alto dell’autostrada, e sembra soltanto una città di provincia italiana poggiata tra i monti. Proseguendo verso il centro dopo pochi minuti di assoluta ordinarietà, salendo da sinistra, si ha il primo impatto con la sua specifica realtà: il primo condominio giallo è tutto buchi e crepe.
Non ho grande esperienza di città martoriate da guerre o cataclismi, ma ho subito pensato a Sarajevo e Beirut: si rimane un poco interdetti, quasi storditi.

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Se così è la morte, non è brutto morire

Quando si era ragazzi pareva che con lo sciogliersi della neve fosse già arrivata l’estate e alla sera, dopo aver tanto giocato lungo il torrente con l’acqua del disgelo, ci si coricava stanchi e accaldati. Godendo il fresco delle lenzuola si piombava in un sonno ristoratore che durava dieci ore. Che bel dormire! Senza affanni, senza dolori, senza sogni. Se così è la morte, non è brutto morire. Ma maggio non è ancora estate, e da noi molte volte nemmeno primavera perché una nevicata può imbiancare il verde nuovo dei prati.

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