Categoria: Il Blog di Priamo

Splendido, va da sé…

Scrivi un libro, e ti travolgono emozioni difficili da descrivere. Poi, assistito dalla buona sorte, trovi anche qualcuno che decide di pubblicare il libro che hai scritto (nel mio caso Marco Crestani ed Emanuele Pettener, fondatori e instancabili animatori della nuova realtà culturale Priamo), ed ecco che ti investe una nuova ondata di gioia eccitata, di entusiasmo irrefrenabile. Qualcosa di talmente forte che, credetemi, al confronto la sbornia peggiore della vostra vita non rende neanche lontanamente l’idea, e in un momento, quasi senza rendertene conto, ti ritrovi a pensare che forse di felicità non si muore, però ci si va vicini, ed è una bellissima sensazione. E quando finalmente ogni cosa è ormai avviata, e il respiro poco alla volta torna regolare e il cuore riprende a battere secondo i ritmi quotidiani che gli sono consoni, ecco che all’orizzonte si profila un nuovo appuntamento. Splendido, va da sé, ma sconvolgente (del resto, come potrebbe non esserlo?): bisogna organizzare la presentazione del libro… Che a dirlo sembra una cosa semplice, ma quando ti ritrovi a farla per la prima volta, una presentazione, a metterla insieme pezzo per pezzo, ti accorgi che non è per nulla uno scherzo.

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Un progetto collettivo di lavoro e creatività

Siamo nel 1985. Interpellato da un lettore sul tema “giovani”, Pier Vittorio Tondelli – scrittore già noto, in particolare per Rimini, suo terzo romanzo e best seller estivo – risponde dalle colonne di “Linus”, dichiarandosi impreparato a dare un’immagine esaustiva di chi fossero i giovani di allora, cosa passasse loro per la testa o quali interessi potessero coltivare. Ma l’aspetto più sorprendente è che Tondelli rischia tutto, subito: rilancia la partita e chiede ai giovani stessi di raccontarsi. “Under 25” sarà la risposta. Quel “progetto collettivo di lavoro e creatività” che lui ha in mente, sostenuto dalla casa editrice Il Lavoro Editoriale di Ancona (poi Transeuropa) e coadiuvato da editor quali Massimo Canalini, Giorgio Mangani ed Ennio Montanari, è in realtà una mossa intuitiva di promozione culturale giovanile, l’azione che avrebbe riconsegnato, a una generazione intera, la voce in capitolo perduta. Attraverso la scrittura di un racconto, i giovani “scarti generazionali” – come li chiamava Tondelli, riferendosi a quella schiera di ragazzi in fuga dal conformismo – avrebbero così avuto l’opportunità di narrare il proprio presente, senza per forza inondarlo di pregiudizi o inzupparlo di esperienze personali.

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Breve invettiva contro le nostalgie generazionali

Trovo così stucchevole questo continuo masturbarsi sul com’eravamo, i migliori anni della nostra vita e via dicendo, che ormai da anni saturano i nostri teleschermi, le nostre televite. Nostalgia a buon mercato, ironia in sconto comitiva, narcisismo tre per uno: noi che, noi che, noi che. L’egocentrismo di chi dice sempre io è irritante, ma l’egocentrismo di chi dice noi è patetico: talmente fiacchi da doversi aggrappare a una generazione, qualunque sia, per sentirsi importanti. A rievocare poi chissà quale semplicità di modi, usi, costumi, a rievocare chissà quale ingenuità, fanciullezze perdute, happy days, un tempo dell’oro che non è mai esistito – è solo il riflesso di latta di una memoria scarsa di fantasia, l’invenzione maldestra di chi, non sapendo inventarsi il presente, s’inventa il passato.

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Leggere Thomas Pynchon

Leggere Thomas Pynchon è un’esperienza che non somiglia a nessun’altra. Perdersi nei suoi labirinti linguistici, indovinare la trama dei romanzi, sottilissima striscia di sabbia che corre sinuosa lungo traiettorie imprevedibili disseminate di mille e mille altre storie, seguire le scelte e le decisioni dei personaggi, il loro agire, tra disperato e grottesco, in contesti che del reale hanno la fugace apparenza e del suo contrario un’immaginifica, entusiasmante sostanza, esplorare, pur tra infiniti giochi di specchi, il suo nitido universo etico, condividerne le decise prese di posizione, è qualcosa che richiede ben più che una favorevole predisposizione d’animo o una rocciosa forza di volontà. Perché Pynchon dal lettore pretende cieca fiducia. Scrittore in tutti i sensi monumentale (lo sono i suoi lavori, gli argomenti che affronta, lo è la vastità dei suoi interessi), il geniale romanziere americano senza sosta incanta, affascina, stordisce; la sua scrittura multiforme, priva di punti di riferimento, caratterizzata da una bizzarria che sfiora l’incomprensibile (e in molti casi perfino l’indicibile), senza peraltro mai forzare la parola, il suo senso e la sintassi cui obbedisce, è un azzardo folle, un salto mortale, qualcosa che si può pensare di compiere solo se ci si abbandona, per intero, a colui che ci chiede questo passo.

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Quando non se ne può più, si cambia

Parlare de Gli indifferenti è come voler raccontare qualcosa di nuovo su I promessi sposi: anche del libro di Alberto Moravia è stato detto tutto, o quasi. Allora, perché ho deciso di scrivere un articolo – l’ennesimo – su un libro tanto popolare? Perché ci sono dei libri che ci cambiano la vita e a me questa cosa è successa solo in due occasioni: a venticinque anni con La morte della Pizia di Friedrich Dürrenmatt e a diciannove con il romanzo di Moravia, appunto. Più che le trame di questi libri – che, diciamocelo, libri scritti bene, con una bella storia alle spalle, ce ne sono molti –, a colpirmi sono state delle frasi, delle parole dette in un momento della mia vita in cui avevo bisogno di sentirmi dire esattamente determinate cose: «La verità resiste in quanto tale soltanto se non la si tormenta», da Dürrenmatt, quando avevo estremo bisogno di credere all’onestà della gente; e «Sai cosa si fa quando non se ne può più? Si cambia», da Gli indifferenti.
Il tema del “cambiamento”, la necessità di voltare pagina e reinventarsi, non è nuovo nella letteratura, così come al cinema o in altri ambiti. Cosa accade, quindi, quando non siamo soddisfatti della nostra vita, quando sentiamo che qualcosa non funziona, eppure per abitudine, paura, mancanza di risorse – o, semplicemente, di coraggio – rimaniamo legati a certi ambienti, persone, schemi mentali? Succede che ci riduciamo come gli indifferenti moraviani, ossia ci limitiamo a esistere, consapevoli della nostra inettitudine, eppure incapaci di porvi fine.

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L’insonnia di Cassandra

Ha cominciato molto presto ad avere dubbi se sia un bene dire la verità.
«Ricordati che non devi mai mentire.» Rimbombano le parole di sua madre; e la zia che scuoteva la testa per approvare.
«C’è bisogno di tutto nella vita, anche di qualche bugia.» Le parole dello zio, e suo padre che annuiva; a precisa domanda non sapevano però concordare una differenza fra menzogna e bugia.
Da sola Cassandra stabilì la diversità: la menzogna era quella che non l’avrebbe lasciata dormire; con la bugia era solo un poco inquieta al momento di far spegnere il fuoco; avrebbe voluto tenere una piccola torcia, benché facesse fumo e cattivo odore. Per queste bizzarrie manifestate prima di prender sonno si era diffusa l’idea che era una ragazza sensibile, perché gli incauti e gli sciocchi non sapevano quali visite mentali le arrivavano nella notte.
Cassandra non voleva che le occhiaie esposte alla luce del mattino parlassero al posto suo, dicendo per di più notizie approssimative. Voleva tanto dormire, senza pensare più al futuro, che mandava immagini solo per lei ovvie; cercava di fissarsi sul passato, perché già il presente la disorientava.

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