Categoria: Il Blog di Priamo

La pazienza dei bufali sotto la pioggia

«Me lo dai un bacino? Ce lo prendiamo un caffettino? Mi fumo una sigarettina e poi si va. Che ne dici di un cinemino, stasera? Oppure ce ne restiamo tranquilli con un bel libriccino. Davanti al fuochettino… Sai che cosa mi piacerebbe per le vacanze? Fare un viaggettino in Italia. Hai visto il mio toppino? Dai, te lo succhio un pochino. Hai una strana faccina…
In dieci minuti, è riuscita a piazzare almeno quattordici diminutivi. Qualcosa mi dice che con questa ragazza non vivrò mai niente di grande.»
Quattordici volte è solo uno dei tanti racconti inseriti in La pazienza dei bufali sotto la pioggia. Strano titolo, eppure un significato c’è e lo riscontrerete nella lettura. L’autore è David Thomas (non il musicista!), un giornalista, classe 1966, che ha deciso di iniziare a scrivere per il teatro e il cinema: scelta azzeccata, che gli ha fatto vincere sin da subito numerosi premi.

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The Return

It is said that an important part of practicing Tai Chi is not to practice Tai Chi. This riddle puzzled me until I applied it in my own life. It was the time when I actively chose to ignore my desire to read. I stopped cold. No poetry. No prose of any kind. My mind became a hermitage within whose walls not even humming was to be tolerated. This was but one more way I had chosen to remove myself from the world around me. As with life, I found myself obsessively scrutinizing literature as if it were trying to trick me. I looked for angles. I winked at death symbols carefully placed on the night stand. I made mental note of foreshadowing, whose potential I found often lost in its own darkness. In short, what had once been a wondrous journey of the mind had somehow become a tedious and constant critique.

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Divagazioni e intenzioni (prima parte)

Immaginiamo di non sapere che il verso conclusivo dell’Inferno, “e quindi uscimmo a riveder le stelle”, sia del sommo poeta fiorentino; proveremmo ugualmente quel fremito, suscitato dal formidabile effetto liberatorio, di un endecasillabo che definisce e risolve la fine di un incubo e il sorgere della speranza?
Saremmo in grado di separare la frase poetica, dall’autorevole nome di chi l’ha scritta e di considerare quel verso indipendentemente da ciò che l’ha preceduto? Considerandone l’intrinseca bellezza, credo di sì.
Senza dubbio, è questione più complessa, ma è lecito porsi un interrogativo sulla possibilità che uno, o pochi versi, possano vivere autonomamente. Può sembrare un quesito quanto meno irragionevole, ma potrebbe anche trattarsi di una questione cruciale, nell’ambito della creatività poetica.

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Il duello

C’è stato tanto sole in questi ultimi anni che l’erba più forte si è nascosta più sotto; le pietre non fanno ombra, e anche i rettili si sono spostati in altre parti lontane.
Sui due fianchi della valle, parallela al percorso del sole, si sono calcinate le rocce ancor più rapidamente e sono bianche come nessuno le ricordava, così accecanti.
Nessuno si aspetta pioggia o altro che non vento secco e rovente, infatti i bambini non possono ricordare nuvole, l’acqua è solo quella calda raccolta nei pozzi. Si son dovute allungare le corde per raggiungerla; è buona, molto buona, anche se gialla e mescolata a sabbia. È così da anni.
Non c’è memoria che faccia accendere o rinascere desideri veri e forti. È così. Solo le parole sono rimaste, come fantasmi, o suoni. E tutti sono più vecchi; e i guerrieri molto stanchi.
Gli accampamenti sono stati rinforzati sui fianchi della vallata, e spostati sempre più in alto, non tanto per difenderci quanto per non dover attaccare. Ci vorranno anni perché i ragazzi crescano in età da combattere in campo aperto. L’addestramento è fatto in casa, o a caccia di animali, o in scaramucce senza morti né feriti, e molte grida.

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Volontà vs Fato: Il delitto di Lord Arthur Savile

Nel 1887, Oscar Wilde scrisse Il delitto di Lord Arthur Savile (Mattioli 1885, 2012) un titolo che sarebbe più automatico attribuire a Conan Doyle o Agatha Christie. In questo breve scritto, Wilde getta le fondamenta di quella che sarà forse la sua opera più conosciuta e letta, Il ritratto di Dorian Gray, del 1890. La trama del racconto è piuttosto semplice: Arthur Savile è ospite a un ricevimento organizzato presso la dimora di Lady Windermere. Presente all’evento è un chiromante che, durante la serata, predice il futuro agli ospiti. Quando arriva il turno di Lord Savile, il chiromante assume un’espressione di terrore e, in seguito, in forma privata, renderà partecipe il suo cliente della nefasta profezia: egli sarà autore di un omicidio. Lord Savile è spaventato, anche perché è prossimo al matrimonio con l’adorata fidanzata Sybil. Qual è la soluzione? Per prima cosa, rimandare le nozze. E poi trovare qualcuno da uccidere, in modo da realizzare la volontà del Fato ed essere finalmente libero di coronare il suo sogno d’amore. Riuscirà Lord Savile nel suo intento? A voi il piacere di scoprirlo.

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Un’opera dal fascino ambiguo

Una battuta in discorso diretto introduce la vicenda narrata, ne esprime la forma romanzo e immediatamente dopo si stempera in mille rivoli espressivi, fiumi carsici di flussi di coscienza, di pensieri, emozioni, dubbi; castelli di carta di riflessioni, desideri, paure. E la realtà intorno al mondo interiore dei personaggi – la famiglia in vacanza, la casa, il mare – prende lentamente forma, sfumata come in un sogno, intuitiva come una scenografia in penombra. Gita al faro di Virginia Woolf, pubblicato nel 1927, è un’opera complessa, dal fascino ambiguo, che pur scandita, nel suo farsi, dall’inesorabile scorrere del tempo, sembra sospesa in una sorta di irreale eternità. Il quadro dipinto dalla scrittrice inglese si offre al lettore quasi fosse un’illusione ottica; i riferimenti all’ambiente (a partire dal faro, meta agognata dal più piccolo della famiglia Ramsay, padre, madre e otto figli), essenziali al romanzo, trascolorano nelle anime dei caratteri e lì prendono forma.

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