Categoria: Il Blog di Priamo

Zygmunt Bauman e il sesso nella società liquida

Sono passate più o meno due settimane da quando ho partecipato all’incontro con Zygmunt Bauman alla Gran Guardia a Verona: è oggettivamente impossibile non rimanere affascinati da questo signore forte e carismatico, che a fine conferenza ritrovi seduto sulle scale del palazzo a fumare la sua pipa. L’incontro trattava il tema dell’educazione nella società moderna: educazione che investe più ambiti, dal suo ruolo in senso stretto (trasmettere conoscenze) alle sue implicazioni nel quotidiano (imparare a relazionarsi con gli altri). Studiare, oggi, ha perso un po’ d’importanza, poiché per i giovani non esiste più la sicurezza di accedere a un lavoro in linea con le proprie competenze, anzi, molti di loro sono costretti a ripiegare sui rubbish jobs, che mortificano le loro aspirazioni. Anche se il quadro dipinto dal filosofo è piuttosto negativo, Bauman non rinuncia a lanciare un appello alla speranza, al non lasciarsi condizionare dal clima di negatività nato intorno alla crisi economica e sociale: è importante che i ragazzi uniscano le loro forze in progetti collettivi, confrontandosi con il diverso non più per assimilazione, ma accettandone le diversità, dando vita a un sistema che è davvero globale.

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L’oggetto magico di Borges

Proprio come i temi su cui più insistentemente si sofferma, la scrittura di Jorge Luis Borges sembra tessuta d’infinito. Immortale per intrinseca perfezione, la sua prosa sfugge a ogni possibile definizione, a qualsiasi categorizzazione; così profondamente dotta da riuscire a disegnare mondi meravigliosi e complicatissimi lungo il confine sottile (e inaccessibile a chiunque altro) che separa il reale dall’immaginario, la verità dall’invenzione, la libertà creatrice del sogno dal severo rigore della sua interpretazione; così ricca, esuberante, magnifica, esplosiva da rivelarsi adatta (di più, ideale) per qualsiasi argomento – quasi che il contenuto fosse rivelato dalla forma, dalla scelta dello stile – e insieme ordinata, quieta perfino, diligente, regolata, la narrazione del grande scrittore argentino non sembra avere nulla a che fare con l’astratta esattezza della tecnica (pur essendo tecnicamente ineccepibile, quale che sia il genere letterario cui venga applicata) e nello stesso tempo è talmente ben strutturata, talmente forte, poggia su fondamenta così solide da non poter essere, per intero, frutto di talento, di genio, di improvvisazione priva di metodo.

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Magie a Ferrara

Roberta Marrelli, ferrarese, debutta a teatro all’età di otto anni con una compagnia centese e vi rimane fino ai dodici. Quando per mamma e papà diventa troppo faticoso portarla alle prove cinque volte la settimana, a malincuore rinuncia – ma il fuoco ormai è acceso. Giovinetta, s’iscrive a un corso di recitazione teatrale e cinematografica, e qui conosce Ivan Zuccon, montatore di Pupi Avati e regista di film horror. Ottiene sei ruoli importanti nei film di Zuccon e impara anche altri mestieri: assistente alla regia, segretaria di edizione, assistente alla continuity e produttore esecutivo.
A partire dal 1999, studia recitazione cinematografica a Roma in un corso tenuto da Giulio Scarpati e qui conosce Ermanno Olmi, che le assegna un ruolo in Centochiodi.

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A View on a View

“A View of the Woods” is the quintessential Flannery O’Connor story. The loved child, defiant – subtle but certain proof that life does not align in the way that it ought, that this world is bent with injustice and fashioned by God for sins a life has worked itself against and, unknowingly, for.
Some have commented on a reflexive Oedipal-Elektra complex between the old man and the girl (http://thistosay.blogspot.com/2004/12/view-of-woods-by-flannery-oconnor.html). It doesn’t strike me as intentional. This kind of relationship is reminiscent of the one between Francis Marion Tarwater and his great uncle in The Violent Bear it Away, O’Connor’s great second and final novel. It is not about sex but about old and new, the past and the future’s death grip on the present.

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L’ottica di Polifemo, il chiacchierone

Per un tempo senza misura tutti noi stavamo a guardare il mare, indistinto dal cielo, senza punti neri di imbarcazione né schiume bianche di onda.
Egualmente passava un tempo lungo quando il vento agitava le acque e sibilava fra gli arbusti; ma allora più facilmente tornavamo a pensare al gregge, a guidare gli altri animali al riparo nelle grotte.
Alle spalle avevamo sempre il pensiero e la minaccia delle gole di fuoco, i tuoni e i macigni volanti che uscivano dalla montagna rovente.
Non avevamo, e io non avevo, esperienza di piccoli esseri, veloci e fastidiosi, uomini.
Quando arrivarono, preferivo, e lo dissi, che non fossero venuti; cercai anche di dissuaderli e indicai una più ospitale isola, forse felice, dove trovare un approdo facile. Noi non ne avevamo, né avremmo mai pensato di costruirne.
Parlottarono a lungo fra loro e presero terra, in un momento in cui dovevamo pensare agli animali, così li trascurammo, sbagliando.
Com’erano venuti, alla fin dei conti se ne sarebbero andati, borbottò Beronte che sempre stava a disegnare piani di una città che voleva fondare: aveva quest’idea piantata in testa, quando invece le nostre grandi grotte, ventose e miti, andavano così bene per i nostri bisogni.

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I fogli del capitano Michel

Tutto parte da una scoperta fatta nell’archivio del Museo del Risorgimento di Vicenza.
Claudio Rigon è un appassionato di fotografia e, vagabondando per l’Altopiano di Asiago con una macchina fotografica e un cavalletto, si sente attratto dall’atmosfera del Monte Ortigara, “da quel territorio particolare che comincia con il suo crinale e si estende poi a sud-ovest per un’ora di cammino, fino ai piedi di Cima Dodici”.
Incontra rovine, resti di baraccamenti, trincee, in un paesaggio che in certi momenti sembra ancora il giorno dopo di una battaglia.
Avverte un profondo sentimento di desolazione, una “sensazione più vicina al vagare nel deserto” mai provata in montagna. La vita scorre davanti a lui in un flusso ininterrotto. Fissarne un frammento in un’immagine è una possibilità di fermare il tempo e osservare quello che avviene. Gli viene allora “voglia di cercare immagini di quel tempo, della vita di allora” e per questo va in quel Museo in cui sa esserci un archivio fotografico della guerra.

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