Categoria: Il Blog di Priamo

Diario di un Insegnante d’Italiano ai Tropici (Ten)

Petunia Jones era addetta alle interviste con le celebrities, tanto da convincersi d’essere una celebrity pure lei. Che dire di Petunia? Aveva una cascata di capelli biondi, sguardi lascivi e bocca carica come una pistola carica fino alla bocca. Il corpo era tutto un fluire di curve, centomila curve, talora sembrava un pitone, specie quando fasciava quella sua carne con lunghi vestiti aderentissimi e colorati, con spacchi inguinali come spaccature della crosta terrestre, squarci terrificanti che aprivano inferni di delizie, peccati, dannazione eterna. Esibiva un’amoralità ostentata, tutto era malizia in lei, il rimmel a renderle gli occhi ancor più aggressivi, quell’infilarsi le mani fra i capelli come se le stesse infilando nei pantaloni di un uomo, il seno minaccioso, i capezzoli rosei e duri che lasciava ammirare chinandosi appositamente sulla tua scrivania, col pretesto di far domande e ottener risposte, quasi avesse sempre bisogno di metter le tette in chiaro. Non credo fosse un’esibizionista nel senso patologico del termine, o una ninfomane. Sembrava aver bisogno d’imporre il suo potere sessuale sugli uomini, di sedurli, ammansirli, e piegarli alla propria volontà – perché potessero diventare suoi alleati, o comunque non nemici, nell’unica cosa che le interessava: la carriera.

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Nutrimento, balsamo, liberazione, felicità, fatica bella

Cristiano Prakash Dorigo scrive racconti. Il primo gli venne pubblicato nel 2002 da Einaudi all’interno dell’antologia “E’ da tanto che volevo dirti” a cura di Giuseppe Caliceti e Giulio Mozzi; gli ultimi in ordine di tempo formano la raccolta Cose minute di nessuna importanza, freschi di stampa da Priamo e Meligrana.

”Cose minute di nessuna importanza” è ironico?

Il titolo del libro l’ha scelto Marco, di Priamo. Non so da dove l’abbia estrapolato, ma quando me l’ha proposto – la mia idea era niente di che – ne sono rimasto folgorato. Ho subito pensato che sembrava a un titolo di Carver, e non ho saputo resistergli.
Se invece la domanda è un riferimento, ironico, al contenuto, direi di no. Mi è capitato di scrivere qualche racconto su quel registro in passato: ma questa è una raccolta di racconti ambientati nel terzo millennio, di cui i primi quattro nel duemilauno e, per questioni personali ma anche universali, mi sembrava fuori luogo ricorrervi. In ordine sparso, il duemilauno ha visto i seguenti eventi: crollo delle torri gemelle, tracollo dell’economia argentina, il G8 a Genova, la morte di mia madre, la sentenza di primo grado che assolveva i vertici del petrolchimico – che riguardava il lavoro di Gabriele Bortolozzo, operaio che denunciò i malanni del CVM, di cui mi sono occupato nel libro e in un lavoro parallelo di animazione. Insomma, per me un anno cruciale, di svolta. Non potevo non scriverne – “non poterne non scrivere” è così poco ironico, ma al contempo così veritiero da farmi sorridere .

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Raccontare i racconti

Eravamo a Santa Margherita, nel plateatico del bar rosso.
C’era un vento fastidioso, nonostante l’estate, il sole, l’afa; quel pomeriggio l’aria era fresca, arrivava a raffiche e faceva venire qualche brivido sulla pelle scoperta.
Non ci conoscevamo ancora bene e stavamo raccontandoci in libertà, senza le reticenze che di solito frenano i movimenti spontanei.
Era l’esordio di un’amicizia che nasceva in età matura e, forse proprio per questo, consapevole.

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Diario di un Insegnante d’Italiano ai Tropici (Nine)

(La mia nonna irlandese)

Avevo 29 anni, studiavo negli Stati Uniti da oltre un anno, e seguivo questo corso: “The novelist as intellectual”. Fra i libri da discutere, ricordo una raccolta di saggi di Baldwin, una di Joan Didion, un paio di romanzi pallidi, la traduzione inglese di Respiracion Artificial di Ricardo Piglia e dei racconti di Borges.
In classe c’era una signora irlandese, poteva avere 70 anni, più facilmente 75: era bianca, tutta bianca, i capelli candidi e il sorriso dolcissimo e mansueto, e le guance paffute erano rosa come un fiore di pesco sulla neve. Aveva una figura in carne ma senza curve, vestita spesso con lunghi grembiuli a fiori, e un indimenticabile accento britannico. Era una nonna, corporea e incorporea, poteva essere Miss Marple, chi lo sa, e aveva idee sulla letteratura assolutamente antiquate e mi piaceva enormemente, ne ero ipnotizzato: era la nonna vittoriana che avevo sempre sognato.

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Il buco che ho nel cuore ha la tua forma

L’esordio letterario di Eleonora Molisani è spiazzante: intriso di una moralità impressionante. Una moralità che si definisce attraverso una specie di legge del contrappasso: ci costringe a immergerci nel mondo rovescio, quello che preferiremmo non conoscere o per lo meno preferiremmo riconoscere come altro, rispetto a quello che sentiamo appartenerci, quello presunto normale, quello dei buoni sentimenti e degli eroi, anche quelli di tutti i giorni, e delle spose fedeli, o delle madri coraggio, dei padri indefessi onesti lavoratori, tutti gente a posto come quella gente estinta che tratteggiano i necrologi, sempre salvifici.
Ma se la cosiddetta normalità, io dico, non è altro che una media, allora ben vengano le storie drammatiche di Eleonora Molisani. Ventuno racconti tesi, da non consigliare ai minori o a quelli che sono configurati per accomodarsi in un universo Disney. E un ventiduesimo gioco di parole, leggero che pare discostarsi dall’atmosfera satura di incomprensione, prevaricazioni, miti positivi che poi si rivelano miti mostruosi: quasi un estremo tentativo di ridimensionare rivelazioni opprimenti e stemperarle nella dimensione astratta delle parole su carta.

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[Per la poesia, due]

«Non si ragiona di poesia!»

D’accordo. Lo abbiamo già detto qua e là. Ne abbiamo parlato anche troppo (troppo?); scritto, e con qualche risposta non sempre gentile. Abbiamo avuto in mente degli esempi: ognuno ha sempre in mente i suoi propri.
Una storia personale, di lettura e di scrittura, è una irripetibile rivendicazione di verità, e non avrei il coraggio di dire che è sbagliato. «Non è sbagliato.»
Scrivere è un atto di libertà; ma non lo è in assoluto, perché abbiamo sulle spalle (in memoria, insomma) un sedimento opaco, spesso imperforabile, che ci confina a ripetere il già detto, il già vissuto, il già scritto o letto. Avviene che si ripetano anche le sperimentazioni, che si ricalpesti il sentiero intricato delle avanguardie. O che non si sappia se mai ci siano state (ahimè, bisogna imparare tutto fuori dalla scuola?).
Scrivere poesia. Per definizione, e per coerenza, non posso avere parole. Se non sommesse, caute, personali. E soltanto sostenute dal diritto di uno che pur avendone scritte un migliaio ne ha pubblicate molto meno dell’uno per cento in età giovane e irresponsabile. Ho il diritto di chi non ha tediato, non ha consumato alberi né abusato delle amicizie. Sì, di recente, solo qualche testo in «righe corte, non versi», giusto per evidenziare gli elementi di una riflessione, sintetica.

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