Categoria: Libri

A pranzo con Orson

HJ: I francesi conoscevano Quarto potere?

OW: Credevo che a Parigi fosse stato un successone, e invece una volta là scoprii tutto il contrario. Non sapevano chi fossi. Non sapevano cosa fosse il Mercury Theatre, la mia compagnia, e io pensavo di sì, visto che io conoscevo il loro teatro. Mi hanno proprio snobbato. Quarto potere diventò famoso solo più tardi, e molti lo detestarono. Negli Stati Uniti fu capito; in Europa, no. La prima volta che ne sentirono parlare fu quando Jean-Paul Sartre lo demolì. Ci scrisse sopra un papiro di quarantamila parole.

HJ: Be’, magari lo trovò politicamente offensivo; non so.

OW: No. Secondo me lo fece fuori perché fondamentalmente è una commedia.

OW: Lo è. Nel senso classico del termine. Non perché faccia sbellicare dal ridere, ma perché gli elementi tragici sono caricaturali.

HJ: Non ho mai pensato a Quarto potere come a una commedia. È profondamente emozionante.

OW: Certo, ma anche le commedie possono emozionare. La grande epopea di Xanadu ha un lato satirico. E Sartre, che non ha il senso dell’umorismo, non poteva apprezzare.


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Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto. Vogliamo vedere ciò che si protende dietro di noi: vogliamo conoscerlo o almeno classificarlo. Dovunque, l’uomo evita d’essere toccato da ciò che gli è estraneo. Di notte o in qualsiasi tenebra il timore suscitato dall’essere toccati inaspettatamente può crescere fino al panico. Neppure i vestiti garantiscono sufficiente sicurezza; è talmente facile strapparli, e penetrare fino alla carne nuda, liscia, indifesa dell’aggredito.
…

Massa e potere è il libro ossessione di Elias Canetti. Un libro difficilmente classificabile riconosciuto tra i capolavori letterari del Novecento che è, insieme, testimonianza e narrazione storica, studio sociologico e saggio antropologico.

Canetti inizia a scriverlo a vent’anni, nel 1925, e lo conclude nel 1960.

Vuole afferrare il Novecento alla gola raccontandolo nei suoi eccessi, tentando di capire di quali sono e come si manifestano le costanti del potere sulla vita umana. Pensa che scriverne non è solo raccontarne le terribili e assurde violenze e sostituisce la storia con il mito perché per lui la storia è un luogo di morte in cui si esplicitano tutti i rituali del potere.

Massa e potere esprimono un dualismo profondo, lo stesso dualismo che si può trovare tra vita e morte: da una parte la massa, cioè la molteplicità, la metamorfosi, la vita e, dall’altra, il potere, cioè l’unità, l’identità, la morte.


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Cristiano Prakash Dorigo scrive racconti. Il primo gli venne pubblicato nel 2002 da Einaudi all’interno dell’antologia “E’ da tanto che volevo dirti” a cura di Giuseppe Caliceti e Giulio Mozzi; gli ultimi in ordine di tempo formano la raccolta Cose minute di nessuna importanza, freschi di stampa da Priamo e Meligrana.

”Cose minute di nessuna importanza” è ironico?

Il titolo del libro l’ha scelto Marco, di Priamo. Non so da dove l’abbia estrapolato, ma quando me l’ha proposto – la mia idea era niente di che – ne sono rimasto folgorato. Ho subito pensato che sembrava a un titolo di Carver, e non ho saputo resistergli.
Se invece la domanda è un riferimento, ironico, al contenuto, direi di no. Mi è capitato di scrivere qualche racconto su quel registro in passato: ma questa è una raccolta di racconti ambientati nel terzo millennio, di cui i primi quattro nel duemilauno e, per questioni personali ma anche universali, mi sembrava fuori luogo ricorrervi. In ordine sparso, il duemilauno ha visto i seguenti eventi: crollo delle torri gemelle, tracollo dell’economia argentina, il G8 a Genova, la morte di mia madre, la sentenza di primo grado che assolveva i vertici del petrolchimico – che riguardava il lavoro di Gabriele Bortolozzo, operaio che denunciò i malanni del CVM, di cui mi sono occupato nel libro e in un lavoro parallelo di animazione. Insomma, per me un anno cruciale, di svolta. Non potevo non scriverne – “non poterne non scrivere” è così poco ironico, ma al contempo così veritiero da farmi sorridere .

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L’esordio letterario di Eleonora Molisani è spiazzante: intriso di una moralità impressionante. Una moralità che si definisce attraverso una specie di legge del contrappasso: ci costringe a immergerci nel mondo rovescio, quello che preferiremmo non conoscere o per lo meno preferiremmo riconoscere come altro, rispetto a quello che sentiamo appartenerci, quello presunto normale, quello dei buoni sentimenti e degli eroi, anche quelli di tutti i giorni, e delle spose fedeli, o delle madri coraggio, dei padri indefessi onesti lavoratori, tutti gente a posto come quella gente estinta che tratteggiano i necrologi, sempre salvifici.
Ma se la cosiddetta normalità, io dico, non è altro che una media, allora ben vengano le storie drammatiche di Eleonora Molisani. Ventuno racconti tesi, da non consigliare ai minori o a quelli che sono configurati per accomodarsi in un universo Disney. E un ventiduesimo gioco di parole, leggero che pare discostarsi dall’atmosfera satura di incomprensione, prevaricazioni, miti positivi che poi si rivelano miti mostruosi: quasi un estremo tentativo di ridimensionare rivelazioni opprimenti e stemperarle nella dimensione astratta delle parole su carta.

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Ricordate quando il giovane Holden Caufield dice di come sarebbe bello mettere giù il libro che si sta leggendo e telefonare all’autore?
È l’impulso che mi ha condotto a interrompere il piacere (pur crescente e beato) della lettura di Canone inverso (Mondadori, Milano, 1996) e scendere qui a scrivere: non conosco Maurensig, non ho idea se sia reperibile o se voglia esser reperibile, fatto sta che ho l’urgenza di dirgli “grazie,” stringergli la mano, manifestargli la mia ammirazione.
Ora, per me l’ammirazione è un sentimento raro, e reca in sé la necessità di palesarlo, quasi non riuscissi a serbarlo in me: ha a che fare con uno slancio di gioia, non è dissimile da un impeto d’amore, è difficile tenerselo dentro, anche se si dovrebbe, come tutte le cose intime.
Ma è davvero inusuale che io, leggendo, avverta questa ammirazione. L’ammirazione per il potere dell’immaginazione. Per l’intelligenza umana che si rende capace di inventare, architettare, sorprendere, e danzare. Creare bellezza. L’ammirazione per la grandezza.

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Il lato comico dell’amore

Il professor Caonero è un omosessuale tutt’altro che impenitente. Anzi, cresciuto con un tormentoso senso di colpa (causato, nella sua interpretazione, da una perfetta educazione cattolica), solo adesso, a 65 anni, sembra aver raggiunto una discreta accettazione di sé e delle proprie inclinazioni sessuali. Discreta perché comunque il presente gli sfugge (forse gli sembra di poterlo fissare nel libro che scriverà, ma pure quello è nel futuro, è fatto di desiderio) e sembra che la felicità sia sempre altrove, sempre nel sogno e mai nell’attuazione. Tanto che Caonero vive due storie parallele ed eroticamente intense – con il giovane e incolto Luca e con il ricchissimo stilista Pierre – e sembra che desideri l’uno giusto nel momento in cui sta con l’altro.

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