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Categoria: Incontri & Viaggi

Siccità

Le arse colline della campagna sembrano sgretolarsi risucchiate dal sole arroventato, che, incontrastato, soverchia il cielo terso del meriggio quasi piegandone l’orizzonte. Un flebile soffio da settentrione vaga incerto alla ricerca di refrigerio, in vano strusciando sulle smunte e fiacche chiome dei rari arbusti, infilati come spilli nei profondi solchi del terreno scavati dalla persistente penuria d’acqua, assente da così tanto da non essere più nemmeno un miraggio. La siccità, ormai cronica da queste parti, imbeve il terreno penetrando fin nelle sue viscere col suo veleno sterilizzante, che dilania la vuota terra e soffoca la sua fertilità.

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Treno vista mare

Il treno corre senza fretta parallelo al mare, due linee equidistanti che a tratti si avvicinano assecondando le irregolari insenature di questo, o le leggere curve disegnate da quello. Come attraverso uno zoom che ingrandisce l’obiettivo e poi si allontana al ritmo alterno di tale avvicendamento, lo sguardo oltrepassa il finestrino e si adagia sull’argentina superficie del mare mattutino, immobile specchio che duplica i raggi del sole già alto nel cielo terso solo ai bordi contornato da geometrici filamenti nuvolosi rossicci.

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Algebra lunare

Osservo il cielo serale dal finestrino dell’autobus. La luna è a mezz’altezza, a circa un’ora dallo zenith. La sua circonferenza è smussata sul bordo in alto a destra in modo leggero ma distintamente percettibile, riempita da un deciso giallo arancio che la fa assomigliare a un melone cui è stata tolta la buccia lasciando la polpa ancora intatta. I suoi crateri, visibili come piccole macchie in ordine sparso, sembrano i semi dei meloni tagliati a metà, quando la polpa si sbriciola facendoli affiorare attraverso le sue crepe.

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Per dovunque viaggiassi ero uno straniero

Nanos Valaoritis è nato a Losanna nel 1921. Famiglia greca. Studi giuridici e umanistici ad Atene, Londra, Parigi. Dal 1939 ad oggi, decine di raccolte poetiche, prose e saggi. Teatro. Disegni e pittura. Fondatore di riviste d’avanguardia. È vissuto a lungo a Londra, Parigi, San Francisco; fuoriuscito durante la dittatura dei colonnelli; da diversi anni è tornato a vivere stabilmente ad Atene.
Questo testo inedito è stato letto il 21 marzo 2016 ad Atene per la “giornata della poesia”.
Una scelta di sue poesie in traduzione italiana è pubblicata su «Poesia», 287, novembre 2013.

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Conversazione con Ramona Corrado

Anni fa, quando vagabondavo tra i blog letterari, rimasi affascinato da una voce, quella di Ramona Corrado. In un mondo che mi avrebbe stancato ben presto a causa del chiasso di troppi io ipertrofici, la voce di Ramona si distingueva per discrezione e gentilezza: come accade solo  alle personalità forti,  sembrava lei non avvertisse alcuna esigenza di ostentare e urlare. Ramona Corrado è autrice di racconti presenti in diverse antologie e riviste, alcuni dei quali hanno vinto premi letterari (fra cui il Premio Antonelli di Castilenti, il Premio San Valentino di Terni, il Premio Le Quattro Porte di Pieve di Cento) e di un romanzo di fantascienza, come vedremo, scritto a 34 mani (!). Mi ha fatto molto piacere scoprire che un editore al quale voglio bene, Giuseppe Meligrana, ha deciso di pubblicare la sua ultima opera, e da qui parte la nostra conversazione.

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Quanta semplicità, quanta bontà e quanta fermezza

Certe notizie arrivano, inaspettate e oscure, solo all’alba. È proprio allora che devi mollare tutto e metterti di nuovo in viaggio.
Uno zio è in ospedale attaccato a delle macchine. Forse è solo questione di ore. Sta per andarsene, mi dice la voce al telefono. Rimaniamo in contatto per il bollettino dei medici, tra qualche ora. Lei è l’unico parente.
Si, dico io. Un parente che, malgrado tutto, si è sempre interessato a lui, anche se in questi ultimi anni qualcosa si è rotto dopo malintesi e parole aspre.
Penso così a lui, allo zio missionario tornato dal Congo che forse non si aspettava di morire così presto. Penso che tutti, quando arriva il momento, dobbiamo morire.
In un attimo mi attraversa la mente il brivido di un ricordo vivo. Mi sembra di essere ancora lì, in quella cucina, a parlare metà della notte di Dio e della paura della morte. Lo vedo sorridere serafico, senza dire niente.

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