Categoria: Il Blog di Priamo

Dipanare una vita in un racconto…

Scrivere è un modo per raccontare confini che non sono mai stati raccontati e per parlare a più persone contemporaneamente.
Se vogliamo intendere la memoria come una sorta di riscrittura della realtà possiamo anche dipanare una vita in un racconto di una trentina di pagine. Descrivendo ciò che vediamo per quello che è, accettandolo nella sua bellezza contraddittoria e senza volerci erigere a giudici di tutto.
MC

L’amore al tempo di Whatsapp

Vedo il suo profilo WhatsApp retrocedere nell’elenco dei contatti recenti a mano a mano che le nuove chat si aggiungono alla lista, facendo scivolare inesorabilmente in basso il suo nome. È questo il metro che misura la distanza tra noi.
Pigio con l’indice il cerchietto sullo schermo che delimita il suo profilo, è la sola carezza che mi è concessa. Aperta la chat, l’orario dell’ultimo accesso che compare sotto al suo nome è l’indizio che resta della sua vita, adesso che non ci sentiamo più. D’improvviso è online: la sento d’un colpo più vicina e mi sobbalza il cuore, quasi si fosse accorta della mia presenza. La vedo davanti a me oltre le sbarre di un cancello chiuso a chiave crittografica che ci separa, io da una parte e lei dall’altra. Il mio dito, che prima era appoggiato sullo schermo, ora si distende come a oltrepassarlo per sfiorarla, e inizia a scrivere parole senza senso.

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Il cimitero di Eco

Mi piace un botto che i miei amici mi consiglino dei libri, c’è sempre un piacere sottopelle durante una conversazione a sfondo letterario, ci si sente quasi degli intellettuali, in senso buono, certo, non in senso snob, be’, forse appena un poco, comunque sia ci si sente bene, elevati, privilegiati, si fa parte di una élite, una ristretta élite di quelli che ancora leggono i libri, possibilmente su carta, grazie, e gli e-book? Eh, lì si storce un po’ il naso ma poi si perdona, l’importante è leggere, leggere, leggere e poi, dopo aver letto, scambiarsi le opinioni, i commenti, i consigli – ah, che bella che è una bella discussione letteraria, lasciamo perdere che il più delle volte è anche noiosa, che non si ha mai letto questo o quell’altro, che a volte si fa finta, che non ci si ricorda il titolo, che si annuisce poco convinti di una trama che ci sembra sempre la solita, ma che ci viene presentata di volta in volta come emozionante, commovente, elettrizzante ed ogni altro aggettivo strabiliante che è anche participio presente, quella trama di quel libro di quell’autore che poi hanno fatto anche il film di quel regista con quell’attore ma però il libro è ceeeeeeento volte meglio, ma che scherzi?, neanche il paragone, DEVI LEGGERLO, non si discute e allora che fai? Te lo compri.

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Io, il pattinaggio, Yuzuru e la yuzurite

Sì lo ammetto, sono malata… malata! Qualcuno mi aiuti per l’amor del cielo!
E non è per niente facile parlarne, ve lo dico. Primo perché la gente non mi capisce, secondo perché la gente non sa proprio niente in generale, riguardo a questa faccenda. Non voglio offendere nessuno, sia chiaro. Però la malattia di cui soffro richiede una certa preparazione di base.
Provateci voi a capirne qualcosa se non avete mai praticato uno sport chiamato “pattinaggio artistico”. Uno sport che appena inizi a praticarlo pensi che sarà impossibile, che non ce la farai mai a fare un giro su te stessa con i pattini addosso, in movimento, atterrando su un piede solo, anzi su un pattino solo, e a rimanere pure in piedi!

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Una cosa che mi ha insegnato La La Land

L’anima pesa 21 instagrams e questo è quanto. Insomma l’altro giorno un mio amico carissimo mi manda via whatsapp un link su una tizia che ha fatto una specie di incantesimo, un rito magico per poter fare un selfie con Ryan Gosling. Cristo, voglio dire: anche a me è piaciuto quel film, sono andato a vederlo due volte, mi è piaciuto tutto, la colonna sonora, i costumi, la scenografia, la coreografia, tutto – ma non è che mi è saltato in testa di andare da un mago per uscire a cena con Emma Stone, o no? Comunque la questione mi è sembrato meritasse una riflessione, allora ho risposto al mio amico con qualcosa tipo: non c’è più religione oggigiorno, ci si vende l’anima per un selfie, dove arriveremo? Gesù! Dopo un paio di minuti vedo che il mio amico non ha ancora risposto, forse pensava che la mia fosse una domanda retorica – e forse lo era, ma buona educazione dice che bisogna sempre rispondere se qualcuno ti chiede qualcosa, giusto? Ma insomma gli riscrivo rincarando la dose: tra un po’ si faranno le sedute spiritiche via skype!

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Si trattava (forse) dei Fratelli Karamazoffe

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Bruno Dakskobler, autore de La resipiscenza del tacco 12 (Meligrana/Priamo, 2016). Uno che potrebbe raccontarti di cinema e libri per ore, se solo gli piacesse parlare da solo.

Bruno, la tua potrebbe definirsi una commedia aeroportuale, un nuovo genere.  Qual è l’aspetto che più ti affascina di questo microcosmo, che hai vissuto nel quotidiano per diversi anni?

Be’, è un posto impressionante per la quantità e la qualità della gente che ci lavora, una fauna pazzesca! Un piccolo mondo, ci si diverte un sacco – poi purtroppo si lavora pure, ma amen. Ma anche il lavoro, in aeroporto, è particolare, qualunque esso sia: gli aerei e tutto quello che ci gira intorno sono ricchi di fascino e interesse per tanta gente. Così, avendo la fortuna di viverlo ed essendo discretamente grafomane, ho pensato che forse un romanzo ambientato in aeroporto avrebbe venduto milioni di copie e io me ne sarei potuto andare a Tenerife per il resto dei miei giorni, e ciao ciao aeroporto, con te ho chiuso finalmente! Perché poi, bello è bello, ma alla lunga gli daresti fuoco. Gli aeroportuali sono tutti terroristi ante litteram. Comunque mi mancano quasi un milione di copie per arrivare al primo milione. Ma ho più fiducia di arrivare lì che alla pensione.

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