Mese: Novembre 2018

Diario greco

Il mio amico Marcello non poteva certo dire di avere molti ricordi personali di Franco Asprea. L’aveva visto un’unica volta – e su questo a tutt’oggi non ci sono dubbi – nell’estate del 1981, quando era intervenuto in veste di esperto dell’età neolitica del bronzo a un convegno di archeologia locale.
Naturalmente – con la baraonda che c’era in quella sala stracolma di archeologi dilettanti con velleità da romanzieri – lì per lì non lo aveva colpito più di tanto, come del resto tutta l’altra parte dei temi trattati; ma la domenica pomeriggio, quando si ritrovarono tutti per il caffè alla grande tavolata al Laurin e ad Asprea fu chiesto, in quanto decano, di rivolgere qualche parola alla comunità di “archeologi per diletto” riunita per l’occasione, l’attenzione di Marcello fu indirizzata per forza di cose su di lui, nel momento stesso in cui si alzò in piedi battendo con un cucchiaino il proprio bicchiere.

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Odori, sapori, rumori, colori

Nell’ultima parte del viaggio verso Covendo, Luigi visse un incredibile caleidoscopio di emozioni. Odori, sapori, rumori, colori.
Pensava, così, a quanto i giorni che gli restavano davanti sarebbero stati pieni di cose da vedere e forse non sarebbe neppure riuscito a osservarla nella sua totalità quella incredibile materia che era a sua disposizione.
“Il 27 maggio ci levammo presto. Il barometro era a 724. Si trattava di rimontare il Beni per giungere alla Missione di Covendo, distante 6 leghe di cammino dalla confluenza del Bopi, verso sud.
Per rimontare questi fiumi, non si usa mai il callapo, troppo pesante, ma la balsa sciolta. Si legano tre corde alla punta del palo di mezzo dopo la tavoletta — la chiamano hoimù — piantata in piedi sulla prua. Tre uomini scendono a terra e tirano la balsa con le tre corde; il quarto — perché l’equipaggio di una balsa è composto di quattro uomini — scende anche lui a terra, armato della lunga canna di charo e, appoggiandolo contro l’hoimù, ora dalla spiaggia e ora entrando nell’acqua, scosta la balsa quando sta per avvicinarsi troppo alla riva.

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La maestosa luce della felicità

Una sera, Luigi restò in attesa. Aveva cominciato a piovere. Sentì le gocce leggerissime sulle braccia, sorpreso. Si strinse nelle spalle mentre la pioggia cadeva su di lui, e cadeva silenziosa nel buio sul volto turbolento del fiume.
Il mondo gli si apriva davanti come non si era mai aperto prima e ogni pensiero gli si affacciava alla mente trasfigurato dalla maestosa luce della felicità.

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Solo lo sciabordio dell’acqua

Ripresa la via d’acqua, passarono con difficoltà, tanto che “onde fortissime coprirono il callapo, le casse e lo scrivente fino al petto, e gettarono, sulla balsa fortunatamente, uno degli uomini di prua”.
A un certo punto l’acqua “fece sentire un sibilo come se vi fosse stato immerso un ferro infuocato, e la sua superficie si coprì d’un immensa quantità di bolle, le quali scoppiando lasciarono esalare l’odore dell’idrogeno solforato”.
Luigi aveva nelle orecchie solo lo sciabordio dell’acqua e i borbottii dei neofitos che tentavano di trovare un modo per andare avanti. Il Bopi fece una curva verso sinistra e per un po’ sembrò che l’agitazione dell’acqua si fosse calmata. Ma appena ebbero terminato la curva, il corso del fiume divenne velocissimo e poco più avanti urtarono su una grossa radice che sporgeva e si ritrovarono nella rapida al centro del fiume a remare ancora più forte come se fossero sull’orlo di un precipizio. Poi di colpo, in modo quasi miracoloso, tutto si calmò.

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Circondati dal mistero della vita e della morte

Attraverso un varco fra gli alberi, Luigi poteva vedere, lontano sotto di sé, la valle in cui scorreva il fiume. Le montagne sembravano fondersi, al tramonto, in una nebbia rosea e trasparente da cui giungeva un rumore sordo, come un mare.
“Durante il giorno, vidi una lontra nel fiume.
Arrivammo alle 5 pom. circa alla seconda grande rapida, detta di S. Fernando, tutta seminata, come la Ciaria, di grosse pietre, benché sia meno pericolosa. Ormeggiammo sulla destra, e si scaricò per rifare l’operazione già fatta alla prima. Qui dunque passammo un piccolo torrente dalle acque cristalline, chiamato San Fernando (e non è facile passarlo senza cadere, perché le pietre son tutte coperte d’alghe che le rendono sdrucciolevoli), poi si cammina su file di grosse pietre lungo la spiaggia, si passa per un sentiero un breve tratto di bosco e si arriva a una angusta sponda, sulla quale fu depositato il carico.

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Sulle acque del Bopi

Luigi stilò una sua lista di reperti: Bertholletia excelsa, Capsicum baccatum, Ipè Tabebuia, Cariniana Pyriformis, due tipi di Chelidonia, Acer saccharum; e Chimaphila Umbellata, Manilkara Zapota, Flos Passionis; e poi licheni, muschi, piccole agavi, diverse orchidee e un coleottero titano dalle dimensioni stupefacenti che con le sue mandibole poteva tranquillamente spezzare una matita in due.
Si sentiva felice, forte e fiducioso. Intanto il callapo proseguiva dondolante e incerto il suo viaggio.

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