Mese: aprile 2018

Pietra dell’Acqua

Un naturalista intraprende un viaggio a piedi attraverso l’estremità orientale dell’Altopiano di Asiago per imparare a conoscere l’ecologia del passato di queste montagne. Resta a camminare tra i boschi e le contrade di Foza per osservare il paesaggio e le diverse specie di alberi. Devierà presto dal cammino battuto per concentrarsi su panorami inconsueti, i più rivelatori. Scoprirà i ritmi lenti e misteriosi della natura e tante tracce quasi invisibili che trasformeranno il suo itinerario in una trama di fascino e incanto.

Nel giugno del 1994, quando un’anticiclone proveniente dall’Africa investì in pieno l’Italia, intrapresi un viaggio a piedi attraverso l’estremità orientale dell’Altopiano di Asiago con l’idea di imparare a conoscere l’ecologia del passato di questi monti. Di rado mi sono sentito così libero come in quei giorni, durante i quali vagabondai per i boschi e le contrade di Foza. Alla prima luce del mattino mi inerpicavo lungo sentieri soffici e muschiosi che si snodavano tra fratte di felci e mi sentivo meglio, sollevato, libero in mezzo a tutta quella profusione di meraviglie. Ad assorbire i miei pensieri nelle prime giornate fu l’osservazione analitica di particolari botanici come la morfologia dei fiori o cose simili.
Osservavo gli aspetti decorativi degli alberi, il portamento, la forma della chioma, la persistenza o meno del fogliame, il colore delle foglie, eventuali fiori e frutti.
Ero affascinato dalla bellezza del luogo, soprattutto dalla luce radente che penetrava in basso fra i tronchi e accentuava per trasparenza il trascolorare delle foglie.

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Incurabili

Camminavano piano quel giorno alle Zattere, come chi ha paura di arrivare troppo in anticipo da qualche parte. Aleggiava una nebbiolina pallida e scrutavo disperatamente l’orizzonte forse alla muta ricerca di un segno di salvezza. E c’era nell’aria uno strano odore di alghe gettate a riva, vaniglia e caffè. Venezia è la città dell’occhio, diceva Brodskij. Perché qui è la pupilla a essere animata e di continuo sulla rètina si alternano balconi incrostati di marmi policromi, frontoni intarsiati di serpentino, nicchie rivestite di mosaici scintillanti, cornicioni ornati da cherubini o finestre moresche che si specchiano nell’acqua torbida… E tutto questo “troppo” per l’occhio può essere curativo perché allontana nostalgia e malessere e fa andare oltre l’ovvio, toglie dalle cose la polvere della banalità e dell’oblio.

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