Mese: novembre 2015

Una storia del Viale

Aveva dieci anni, e voleva diventare la più grande mezzala di tutti i tempi. Anzi, lo era già. Possedeva il sinistro fatato di Diego Armando Maradona, il destro di Edson Arantes do Nascimento (detto Pelé) e la visione di gioco di Alfredo Crepuscolo. I compagni si fidavano ciecamente di lui, era il capitano, sapevano che qualsiasi pallone gli avessero consegnato l’avrebbe trasformato in oro. La gente lo amava. Ogni volta che in mezzo a un nugolo di avversari inferociti sgusciava come una biscia di campo, sentiva dalla tribuna: ooooooooh. Aveva il dribbling di Omar Sivori, l’eleganza di Valentino Mazzola, e la visione di gioco di Alfredo Crepuscolo.
Strano che non se ne fosse ancora accorto nessuno, scandaloso, fu il primo pensiero che ebbe appena aperse gli occhi, e si svegliò  sdegnato col mondo. Un mondo sozzo, che non riconosce il talento. Là, in Patronato, era il numero uno: suo padre glielo diceva sempre. Il campo del Patronato era  tutto gobbe e polvere, sembrava il Deserto dei Gobi, ma lui sapeva fermare la palla senza che questa si permettesse di dire “a”, e poi la distribuiva con nonchalance a destra e a manca. Che forte, che forte, aveva la classe di Gianni Rivera e la genialità di George Best e la visione di gioco di Alfredo Crepuscolo. Qualcuno se ne sarebbe accorto, prima o poi.

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Certe notizie arrivano, inaspettate e oscure, solo all’alba. È proprio allora che devi mollare tutto e metterti di nuovo in viaggio.
Uno zio è in ospedale attaccato a delle macchine. Forse è solo questione di ore. Sta per andarsene, mi dice la voce al telefono. Rimaniamo in contatto per il bollettino dei medici, tra qualche ora. Lei è l’unico parente.
Si, dico io. Un parente che, malgrado tutto, si è sempre interessato a lui, anche se in questi ultimi anni qualcosa si è rotto dopo malintesi e parole aspre.
Penso così a lui, allo zio missionario tornato dal Congo che forse non si aspettava di morire così presto. Penso che tutti, quando arriva il momento, dobbiamo morire.
In un attimo mi attraversa la mente il brivido di un ricordo vivo. Mi sembra di essere ancora lì, in quella cucina, a parlare metà della notte di Dio e della paura della morte. Lo vedo sorridere serafico, senza dire niente.

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Cima Chavalatsch, Monte Cavallaccio 2789 metri, a cavallo tra la Valle di Trafoi, la svizzera valle di Tubre e l’alta Val Venosta.

La neve non è spessa, ma è lo stesso dura e scivola sul lato nord. Il lato sud invece è già più dolce ed è ricoperto solo di erba secca. Tutto è tagliato dalla cresta con una precisone a filo di rasoio, nel pieno rigoglio della perfezione…

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La calata di Afrinto

La nuova strada taglia il monte per diagonali e gira in gole senza sole.
Intorno ai cantieri spiazzi di terra, quando rossa quando gessosa, hanno perso gli alberi in chiazze nude.
Sbuffi di polvere salgono rapidi e improvvisi dal verde o coprono speroni sulle curve sbiancate; il rumore degli scoppi tarda abbastanza, e anche se ripetuto fa girare il capo a tutti per osservare, un istante. Contano sulle dita e confermano che sono ancora lontani.
«Balzo. Dimmi quanti sono.»
«Mi sembrano di meno. Non più di quindici, Mesto.»
«Andiamo a bere.»

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