Mese: gennaio 2015

L’esordio letterario di Eleonora Molisani è spiazzante: intriso di una moralità impressionante. Una moralità che si definisce attraverso una specie di legge del contrappasso: ci costringe a immergerci nel mondo rovescio, quello che preferiremmo non conoscere o per lo meno preferiremmo riconoscere come altro, rispetto a quello che sentiamo appartenerci, quello presunto normale, quello dei buoni sentimenti e degli eroi, anche quelli di tutti i giorni, e delle spose fedeli, o delle madri coraggio, dei padri indefessi onesti lavoratori, tutti gente a posto come quella gente estinta che tratteggiano i necrologi, sempre salvifici.
Ma se la cosiddetta normalità, io dico, non è altro che una media, allora ben vengano le storie drammatiche di Eleonora Molisani. Ventuno racconti tesi, da non consigliare ai minori o a quelli che sono configurati per accomodarsi in un universo Disney. E un ventiduesimo gioco di parole, leggero che pare discostarsi dall’atmosfera satura di incomprensione, prevaricazioni, miti positivi che poi si rivelano miti mostruosi: quasi un estremo tentativo di ridimensionare rivelazioni opprimenti e stemperarle nella dimensione astratta delle parole su carta.

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[Per la poesia, due]

«Non si ragiona di poesia!»

D’accordo. Lo abbiamo già detto qua e là. Ne abbiamo parlato anche troppo (troppo?); scritto, e con qualche risposta non sempre gentile. Abbiamo avuto in mente degli esempi: ognuno ha sempre in mente i suoi propri.
Una storia personale, di lettura e di scrittura, è una irripetibile rivendicazione di verità, e non avrei il coraggio di dire che è sbagliato. «Non è sbagliato.»
Scrivere è un atto di libertà; ma non lo è in assoluto, perché abbiamo sulle spalle (in memoria, insomma) un sedimento opaco, spesso imperforabile, che ci confina a ripetere il già detto, il già vissuto, il già scritto o letto. Avviene che si ripetano anche le sperimentazioni, che si ricalpesti il sentiero intricato delle avanguardie. O che non si sappia se mai ci siano state (ahimè, bisogna imparare tutto fuori dalla scuola?).
Scrivere poesia. Per definizione, e per coerenza, non posso avere parole. Se non sommesse, caute, personali. E soltanto sostenute dal diritto di uno che pur avendone scritte un migliaio ne ha pubblicate molto meno dell’uno per cento in età giovane e irresponsabile. Ho il diritto di chi non ha tediato, non ha consumato alberi né abusato delle amicizie. Sì, di recente, solo qualche testo in «righe corte, non versi», giusto per evidenziare gli elementi di una riflessione, sintetica.

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