Mese: settembre 2014

Arriviamo in anticipo alla Giudecca, come sempre, come bisogna quando si deve fare una lettura senza sapere cosa si troverà.
Il Festival è un evento sostenuto da volontari: credo che agiscano spinti dalla volontà di promuovere una duplice utopia: la Giudecca e l’arte, entrambe a rischio di una brutta fine, seppur generate dalla bellezza.

Come tutti, portiamo sulle nostre spalle il peso della nostra personale arte, rinchiusa in fagotti vari; che pesano, che ingombrano, che a Venezia moltiplicano le virtù dei molti artisti-facchini presenti.
Io, mi dico in tono confidenziale tra me e me: io sono un artista?
 Io, mi rispondo, io non lo so.
 Non so chi sia un artista.

Quello che sospetto, però, è che un artista dovrebbe scomparire come “io”, e lasciare a chi la vuole, la propria presunta arte: deciderà lui, poi, se quella lo sia o meno.

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Imprendibile

Annusavo il profumo della terra umida e, mentre gli operai scavavano sempre più a fondo, li osservavo con sguardi di compiaciuta ammirazione.

Facevano dei lavori e la strada era chiusa al traffico, tanto che il silenzio era tornato il sovrano della valle. Il tempo non era né bello né brutto. Sul paesaggio si stendeva un grigiore luminescente e uniforme simile a un soffitto di vetro smerigliato. Tutto sembrava tremare un po’, come tremano le cose riflesse nell’acqua.

Non avevo intenzione di allontanarmi più di tanto, ma fui attirato da due uomini dietro di me che consultavano un grosso album di fotografie. Discutevano di linee fortificate e manufatti, ma anche di come, in ogni guerra che si rispetti, fosse necessario avere mappe ricche di informazioni dettagliate.

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Una riflessione di Dick Moby

Non lo sapevo. E non me l’hanno detto.
Così ho dovuto imparare da sola.
Li ho sentiti gli sguardi del mio branco, che volevano capire come me la cavavo, e se ci lasciavo un pezzo di muso o di coda, o tutto. Da allora non sarei più rimasta con loro, se non per una convenienza momentanea, e fingendo di non aver capito che mi sopportavano appena. Se non c’ero era meglio per tutti. Ma non andava così per me, in quel tempo.
D’accordo, ero bianca; e lo sono ancora. E poi, bianca per modo di dire. Un colore così, come certe scogliere, alte, che a volte brillano al sole, e altrove sono piatte, un opaco variare della terra, come di una sabbia forse.

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Via Dante

viadanteLei stava tutte le sere al solito posto: una vietta che taglia trasversalmente due delle arterie principali di questa città, media nelle dimensioni, anche se anomala come storia e carattere, rispetto al serioso e operoso nordest.
Ogni sera, imperterrita e puntuale come una sentinella, occupava fieramente  quella strada, lunga solo trecento metri, assieme a poche altre sue coetanee.
Il mercato con cui dovevano concorrere era talmente sproporzionato a loro sfavore, da suscitare quantomeno curiosità.
A quella stessa ora, in varie zone della città, ragazze di ogni razza e colore operavano i saldi per l’intera stagione, ostentando argomenti ben più appetibili e convincenti.
Non poteva sfuggire al suo occhio, così curioso e professionalmente allenato a scovare storie, un così appariscente contrasto.
Decise di studiare con attenzione quel fenomeno per comprenderne i segreti; doveva esisterne uno, recondito ma plausibile, da giustificare lunghe e solitarie attese e continui passaggi di gente che si rivolgeva a loro con espressioni sarcastiche.

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Due treni perduti

Due treni perduti. Inediti. Sono stati “fermati” dopo la pubblicazione del volume di Bruno Pompili, Treni. Altri treni, Bari, Crav – B.A.Graphis, 2002, che si era offerto come punto di raccolta di voci nelle stazioni, orali-scritte, collegate al tempo e allo spazio del viaggiatore, e dunque alterate dalla sua presenza, fino al non-senso.

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