Mese: giugno 2014

Ho letto Cammini e viaggiatori in anteprima, quando era ancora un file per ipad.
La montagna è sempre stata per me vacanza, sosta: sin da bambino, ho avuto la fortuna di fare le vacanze in Trentino ogni estate, per un paio di mesi. Questo approccio, questa intimità quasi domestica, questo sentirmi a mio agio nei boschi, è dovuto a quanto appena scritto: ho introiettato gli elementi che ne fanno parte: l’aria, l’altezza, gli odori, il silenzio, la semplicità, la maestosità, senza pensarci o farci arzigogoli cerebrali: è così, punto.
Quando ho letto i racconti (?), reportage (?), confidenze (?) di Marco Crestani, amico scrittore e editore, mi sono sentito totalmente coinvolto in queste passeggiate sui sentieri delle montagne del nord est; luoghi in cui la guerra è stata combattuta, vissuta, fino alle estreme conseguenze.

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Festa di sensi

“L’uomo è la sola creatura che rifiuti di essere ciò che è…”

Quando leggo Emanuele Pettener – d’ora in poi “Ema” -, oltre alle risate e ad alcune smorfie – che dopo forse spiego -, non posso non pensare alla frase di Camus con cui ho esordito presentandolo in una delle tante “uscite arancioni”.
Ritengo – e ne escono discussioni appassionate tra noi – che i suoi libri siano stratificati; si badi bene, non complicati, anzi: la sensazione è che la trama sia molto strutturata, pensata, chiara. La stratificazione riguarda l’universalità di alcuni personaggi, che sono quasi caricaturali, e spesso comici, e che abitano con spavalda goffaggine, tic, difetti, paradossi; tanto risibili, quanto appartenenti inesorabilmente al genere umano tutto.
I luoghi in cui ambienta il romanzo – come anche il precedente Proust per bagnanti -, sono un tripudio di colori, di odori, una festa dei sensi che inebria, obnubila, affascina.
Ci sono personaggi famosi morti – cito a memoria: Jim Morrison, Dean Martin, Elvis e altri ancora -, quanto mai vitali; e poi vecchi imbellettati, loschi figuri sotto il sole tropicale, e soprattutto i personaggi cardine del libro, che ciascuno a suo modo, completano un universo improbabile e quanto mai verosimile, di disumana umanità.
Ema ci tiene però a sottolineare di non ricorrere mai alla satira, nei cui confronti ha una sorta di repulsione; sostiene di essere animato dal sorriso, dal gusto della commedia, dalla passione per i fumetti: dall’ironia, dall’umorismo. E soprattutto da una sorta di compassione nei confronti delle debolezze, dei difetti; della tenerezza che prova per le imperfezioni, per nascondere le quali, quasi sprechiamo l’intera vita.

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Massimo Anile

Massimo Anile è nato a Milano ed ha 55 anni; sposato, ha due figli maggiorenni e un gatto.
Dopo gli studi umanistici ha lavorato per molti anni presso alcune grandi società di servizi, svolgendo mansioni specialistiche nell’ambito delle Risorse Umane e del Marketing.
Da alcuni anni si occupa di consulenza organizzativa, attività che gli ha consentito di recuperare tempo per se stesso e per la sua famiglia.
Ha scritto e scrive novelle sotto pseudonimo per note case editrici ed ha collaborato con alcune riviste specializzate con racconti a soggetto ambientati in montagna.

La teoria delle fragole

Racconti dalle molte voci intrisi di emozioni legati alle montagne come una radice sospesa. Memorie partecipate che raccontano di rocce, di pareti, di cime, di cori di torrenti, mosaici di nubi, volte di porpora scintillanti di stelle, ma anche di storie di vita, di sentimenti forti, di entusiasmo per la natura, di passioni autentiche.
Piccole storie che ci fanno capire come la montagna più alta sia sempre dentro di noi. Scritti che, come certi spiriti, entrano negli alberi, nel prato, nei fiori catturando attimi di vita e paesaggi aiutandoci a guardare con vera gioia oltre le nuvole.

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Le idee del (mio) mondo

Era una di quelle notti in cui si può credere a tutto. Una di quelle notti in cui il mondo nascosto può divenire materia evidente.
Dormiva. La brezza estiva oltrepassava il riquadro della finestra, portandole la luce fluida delle stelle, che le asciugava via dal viso l’odore morbido e rassicurante della crema.
All’improvviso aprì gli occhi, doveva aver dormito solo pochi minuti. Ma di uno strano sonno profondo. Tutto era buio nella stanza e oltre la finestra. Come in una caverna.
Nell’oscurità mise a fuoco due piccole fonti di luce. Verdi. Occhi.

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Almeno il mio diario

C’era una riunione in appartamento quella sera,  in cui si poteva parlare di vari argomenti a scelta.
Tra questi, la quotidianità in appartamento – con questa si intende le faccende domestiche, il senso di abitare, di appartenenza, i rapporti tra ragazze e il rispetto reciproco – e, per chi ne aveva voglia, il racconto di un pezzo della propria vita, a scelta libera.
Di solito c’è qualcuna che inizia, cui seguono commenti e ulteriori storie, sull’onda di quanto appena sentito.
Anche stavolta: Virginia quel giorno era inarrestabile, parlava e parlava, aveva bisogno di espellere parole a getto continuo; parole aguzze, che tagliuzzavano gli organi interni, che facevano sanguinare e che bisognava buttar fuori.
La sua famiglia, quando era ancora alle elementari, si spostò da una grande città del sud a un piccolo paese del nord. Era cresciuta male, comunicando peggio, nel dialetto della città senza sapere una sola parola di italiano.
Ecco come raccontava un episodio significativo della sua vita. Un episodio conseguente a una situazione odiosa e pericolosa. Un episodio da cui non c’è più ritorno.

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