Mese: aprile 2014

Nei boschi gelidi

Camminare nei boschi gelidi, ancora senza foglie, può dare strane sensazioni. Gli alberi diventano neri quando il sole si leva alle loro spalle e sembrano forme incorporee simili a giganteschi elementi geometrici.
Mi fermo per prendere fiato, e mi guardo intorno. Scorgo qua e là i bassi capannoni in rovina della vecchia fabbrica d’esplosivi e i bianchi tetti in lamiera zincata delle casupole di spazzasuoni.
Oltrepasso i resti di un cancello crollato e scorgo una piccola radura dove c’è una capanna montata su una palizzata di legno che svetta sopra un piccolo mare di foglie secche. Più avanti c’è un libro appoggiato contro l’enorme radice di un tronco. Qualcuno sembra averlo dimenticato, mi dico. Stamattina, però, da queste parti non c’è anima viva. Mi chino verso destra per leggerne almeno il titolo. E’ il Diario di un imboscato di Attilio Frescura, un libro di cui ho sentito parlare, ma che non ho mai letto e forse per questo mi avvicino per sfogliarlo. Mi soffermo su una nota di Mario Rigoni Stern, che reputa illuminanti le pagine in cui Frescura documenta la ritirata di Caporetto.

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Il tempo morto

Il tempo soprattutto va contraddetto,
per cercare il tuo ordine.

(b.p., l’ordine dello scarabeo)

Il tempo morto, a pensarci bene non significa niente.
Andiamo avanti per convenzioni, ormai. E altre: è morto col tempo; è un morto senza tempo; i morti del tempo — i tempi del morto (si dice?!); col tempo si vedrà; chi ha tempo non cerchi tempo; e altre cinquanta espressioni che non c’entrano quasi per niente.
Il tempo andato, il tempo inutile, il tempo necessario, il tempo perduto.
Non abbiamo più tempo; tempo ce n’è da vendere. Ma dove si compra?
Ora, ognuno cerchi esempi nella propria memoria.

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Una storia irlandese

L’ultimo e magnifico film del regista americano John Huston, si ispira al racconto che chiude la raccolta dei Dubliners di James Joyce. Ogni anno, per le festività natalizie, le due anziane signorine Morkan e la loro nipote Mary Jane organizzano una festa con musica, danze e una sontuosa cena. Nel racconto s’intrecciano le vite dei personaggi e si conclude con un inaspettato colpo di scena. Ma questo è solo il pretesto per introdurre questa storia irlandese. Nel film, il regista si concede una libertà rispetto al testo del grande scrittore di Dublino; infatti ad un certo punto della festa uno dei convitati legge una poesia di Lady Augusta Gregory che nel libro non compare:

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Dodici carte di richiamo

Ha dei profondi occhi accesi e il suo tedesco è dolce e molto basso, come se nulla di quanto gli accade intorno possa turbarlo. Mi racconta di come la guerra sia una strada di guai “perché uccide sempre qualcosa dentro le persone”.
E’ un reduce. Uno degli ultimi, pare. Si chiama Josef Hofer, è di San Pancrazio in Val d’Ultimo. Ha combattuto per l’Impero. E’ stato chiamato a fare la guerra il primo di Agosto del 1914.

Quel giorno ero a far baita e tutti badavamo più che altro alla fienagione… Mai avrei pensato che qualcuno di importante venisse a chiamare me che ero ancora un ragazzo. Era un messo della gendarmeria regia… Era vestito talmente bene che pensai ci fosse in corso una parata o qualcosa del genere. Aveva le dodici carte di richiamo destinate a me e ad altri undici. I dodici apostoli dalle dodici carte ci chiamarono un giorno…. Qualche ora dopo fu proclamata la mobilitazione generale dai ventuno ai quarantadue anni. Tutti sentimmo una grande commozione e presagimmo che di lì a poco sarebbe accaduto qualcosa di importante, la più grande guerra dall’origine dei tempi.

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