Mese: Ottobre 2013

Delitto e premio

Ero rimasto in piedi, nella stanza, accanto alla porta finestra quasi oscurata.
Alvise giaceva, più che sedere, accartocciato sulla poltrona. Mi faceva ancora impressione, ma in modo diverso, il ragazzo enorme dalle sopracciglia folte ed il naso importante, da rapace. Madre natura aveva preso un granchio nel metterlo al mondo con quell’aspetto, impropriamente burbero. O almeno così avevo sempre creduto: Alvise era il più mansueto e sensibile degli uomini. Ed ora che si era rivelata in lui una capacità di violenza mai sospettata, nutrivo una grande pietà, ma più diffidente.

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Nessuna parola

Ho le palpebre pesanti, lotto per tenerle aperte e ogni volta che la Dyane ha un sobbalzo, qualcosa sul sedile posteriore sferraglia.
Nell’aria c’è uno strano sentore d’autunno. Non piove, ma la nebbia si posa su ogni cosa come una lacca. Il cielo e la strada sono dello stesso colore. Fari lontani via via si ingrandiscono come una stella in espansione.
Attraverso il finestrino guardo il rosone della chiesa accanto al campetto della scuola dove dei ragazzi stanno giocando e penso a Giacomo che adesso è a casa da scuola con qualche linea di febbre.
Oltrepasso una zona residenziale con prati livellati e digradanti su entrambi i lati. La strada principale si biforca: un ramo volge a sinistra verso il fiume; l’altro ramo prosegue fino al vecchio centro e alla sua stretta piazza, agli edifici rivestiti di mattoni e alle corti quadrangolari.

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Uno stile impeccabile

Alice Munro ha scritto di volere fortemente che «il lettore assista a qualcosa di straordinario – non in quello che succede ma nel modo in cui succede.»

“In fuga” riunisce otto racconti di Alice Munro, tre dei quali sono legati fra loro per la presenza dello stesso personaggio in differenti momenti della sua vita.

I racconti, costituiti come episodi, sono tre: “Fatalità”, “Fra poco” e “Silenzio”.

Uno stile impeccabile, nitido, energico, quello della Munro che confonde sempre il lettore con la sua spavalda purezza.

Il racconto ha un andare sommesso, l’autrice in poche parole sa delineare uno stato d’animo, un tratto distintivo, un episodio e può condurti là dove un fatto repentino, impensato oppure auspicato, trasforma il rapporto del personaggio con la realtà.


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Scimmia

La volta sfigurata del cielo scarica acqua pesante come cemento. Il turbinare oscillante del vento mi sposta di continuo. Sto aggrappato con due mani al manico, sotto la piccola vela nera, piegata. Inutile a riparare dall’implacabile sortilegio: sono di troppo, di certo qui sotto, su questa strada inzuppata di rabbia. O forse anche nell’Universo. Il mondo si liquefa con me. Maledizione! L’unico, l’unico posto dove non ci sono portici. Le gomme delle auto, dalla strada, sollevano spruzzi precisi che mi raggiungono, a infangare questo corpo: oh, cari! non vedete che ho già sventolato bandiera bianca? Non capite che non ho più alcuna pretesa, nemmeno un briciolo di orgoglio? Inciampo, cado bocconi, sprofondo nella pozzanghera.

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Una cena in compagnia

Ho deciso di cenare in una trattoria, dove mi ero già recato un paio di volte. E’ accogliente, famigliare, e poi alcuni piatti non li trovi così facilmente da altre parti. Ho scelto polpette con purè di contorno e un bicchiere di vino rosso.
Non disdegno mangiare da solo; per molti è quasi un sacrificio.
Al tavolo di fronte siedono padre, madre e figlio affetto dalla sindrome di Down e sotto il tavolo è accucciato un cane. Da alcune parole che scambiano con il proprietario del locale, capisco che vengono da Rovigno, in Istria, un tempo italiana, oggi terra croata.
Il ragazzo ha un’età indefinita, ma non è giovane e come tutti quelli affetti da quel tipo di sindrome, ha gli occhi che ricordano il taglio orientale.

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Elena si orienta

Pochi si sono chiesti cosa è successo dopo. Il prima è stato raccontato, ma nessuno è mai venuto a chiedere il mio parere e la mia memoria. Né sulla vita precedente la caduta della mia città d’accoglienza, né dopo sul lungo sentiero dei ricordi vagando da reggia a reggia, più come schiava che signora. Benché nuova sposa di re.
Nessuno mi ha chiesto conto di qualcosa, come se fosse una cosa normale o consueta la fuga dalla mia casa con un altro uomo. E forse era così; io invece mi sono data delle colpe e dei pentimenti; io stessa mi figuravo dei processi, degli insulti (qualcuno c’è stato), degli schiamazzi fuori delle porte persino del mio attuale palazzo. A nessuno importava niente. Non una parola di curiosità del mio recente sposo; mi terrebbe allora come un trofeo, senza pensare che nel nostro letto posso trapassarlo a piacimento. Non ero famosa per aver organizzato già una fuga, più abile di Medea e senza sangue?
Le domande bruciavano solo sugli occhi delle donne; che trattenevano le parole lontane dalla voce.

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