Mese: aprile 2013

Quando Freya Stark si arruola come crocerossina non ha dubbi a scegliere le montagne italiane. Viene mandata sul fronte giuliano e arriva nella villa dei conti Trento a Dolegnano dove c’è la I Unità Britannica Ospedaliera in Italia diretta da Georges Macaulay Trevelyan, figlio di sir George Otto e pronipote del grande lord Macaulay, autore della History of England – a sua volta figlio di Zachary, il liberatore degli schiavi.
Villa Trento è un luogo importante e Freya lo capisce subito, il giorno in cui arriva. I di Trento sono una famiglia nobile di alto lignaggio che discende da Antonio Sartorelli, colonnello di Carlo V e luogotenente generale di Carlo di Borbone durante il Sacco di Roma del 1527.
Arriva in un mattino luminoso. È lì senza alcun piano in mente, nella speranza che l’ispirazione arrivi al momento giusto. È ferma sul bordo della strada e osserva gli alberi in lontananza coperti di polvere. Ha dormito poco la notte prima. Certi strani sentimenti la pervadono ancora come forze oscure e imprevedibili. Il vento le brucia la pelle e l’ampio, ondulato paesaggio si estende davanti a lei sotto il formidabile vigore della primavera. Il sole, velato d’una nebbiolina, è abbastanza caldo, e il gelo erompe dai suoi nascondigli più riposti.

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L’astuto si confonde

Gli anni della solitudine non si raccontano, ovvero bastano poche parole; se si volessero chiarire i segreti, allora non basterebbero. Penelope non poteva nascondere i suoi fatti, ma le parole se le vietò; così preservò molto della sua vita e della sua storia.
La solitudine offre il vantaggio del molto tempo a disposizione. E il tempo consente di immaginare o ricostruire anche ciò che direttamente non ci appartiene.
Per un po’ fu disorientata; non tornavano i conti delle notizie, non tornava neppure Oudìs.
I messaggi erano rari, e le notizie arrivavano con i messaggi o qualche illusione a voce, a volte luttuose, a volte fuorvianti, o anche insensate, intrise di storie fantasiose che si riempiono di aggiunte lungo il percorso: se il messaggero era bravo, e in giusta parte disonesto, cioè senza volontà di mentire, ma per il piacere di sentirsi importante, ascoltato per una sera, la comunità ne era acquietata.
I paesi erano attraversati da falsi messaggeri e da veri raccontatori. Ne ricevevano ospitalità e certe volte rispetto.

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Sono passate più o meno due settimane da quando ho partecipato all’incontro con Zygmunt Bauman alla Gran Guardia a Verona: è oggettivamente impossibile non rimanere affascinati da questo signore forte e carismatico, che a fine conferenza ritrovi seduto sulle scale del palazzo a fumare la sua pipa. L’incontro trattava il tema dell’educazione nella società moderna: educazione che investe più ambiti, dal suo ruolo in senso stretto (trasmettere conoscenze) alle sue implicazioni nel quotidiano (imparare a relazionarsi con gli altri). Studiare, oggi, ha perso un po’ d’importanza, poiché per i giovani non esiste più la sicurezza di accedere a un lavoro in linea con le proprie competenze, anzi, molti di loro sono costretti a ripiegare sui rubbish jobs, che mortificano le loro aspirazioni. Anche se il quadro dipinto dal filosofo è piuttosto negativo, Bauman non rinuncia a lanciare un appello alla speranza, al non lasciarsi condizionare dal clima di negatività nato intorno alla crisi economica e sociale: è importante che i ragazzi uniscano le loro forze in progetti collettivi, confrontandosi con il diverso non più per assimilazione, ma accettandone le diversità, dando vita a un sistema che è davvero globale.

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Proprio come i temi su cui più insistentemente si sofferma, la scrittura di Jorge Luis Borges sembra tessuta d’infinito. Immortale per intrinseca perfezione, la sua prosa sfugge a ogni possibile definizione, a qualsiasi categorizzazione; così profondamente dotta da riuscire a disegnare mondi meravigliosi e complicatissimi lungo il confine sottile (e inaccessibile a chiunque altro) che separa il reale dall’immaginario, la verità dall’invenzione, la libertà creatrice del sogno dal severo rigore della sua interpretazione; così ricca, esuberante, magnifica, esplosiva da rivelarsi adatta (di più, ideale) per qualsiasi argomento – quasi che il contenuto fosse rivelato dalla forma, dalla scelta dello stile – e insieme ordinata, quieta perfino, diligente, regolata, la narrazione del grande scrittore argentino non sembra avere nulla a che fare con l’astratta esattezza della tecnica (pur essendo tecnicamente ineccepibile, quale che sia il genere letterario cui venga applicata) e nello stesso tempo è talmente ben strutturata, talmente forte, poggia su fondamenta così solide da non poter essere, per intero, frutto di talento, di genio, di improvvisazione priva di metodo.

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Magie a Ferrara

Roberta Marrelli, ferrarese, debutta a teatro all’età di otto anni con una compagnia centese e vi rimane fino ai dodici. Quando per mamma e papà diventa troppo faticoso portarla alle prove cinque volte la settimana, a malincuore rinuncia – ma il fuoco ormai è acceso. Giovinetta, s’iscrive a un corso di recitazione teatrale e cinematografica, e qui conosce Ivan Zuccon, montatore di Pupi Avati e regista di film horror. Ottiene sei ruoli importanti nei film di Zuccon e impara anche altri mestieri: assistente alla regia, segretaria di edizione, assistente alla continuity e produttore esecutivo.
A partire dal 1999, studia recitazione cinematografica a Roma in un corso tenuto da Giulio Scarpati e qui conosce Ermanno Olmi, che le assegna un ruolo in Centochiodi.

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A View on a View

“A View of the Woods” is the quintessential Flannery O’Connor story. The loved child, defiant – subtle but certain proof that life does not align in the way that it ought, that this world is bent with injustice and fashioned by God for sins a life has worked itself against and, unknowingly, for.
Some have commented on a reflexive Oedipal-Elektra complex between the old man and the girl (http://thistosay.blogspot.com/2004/12/view-of-woods-by-flannery-oconnor.html). It doesn’t strike me as intentional. This kind of relationship is reminiscent of the one between Francis Marion Tarwater and his great uncle in The Violent Bear it Away, O’Connor’s great second and final novel. It is not about sex but about old and new, the past and the future’s death grip on the present.

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