Mese: Febbraio 2013

Breve invettiva contro le nostalgie generazionali

Trovo così stucchevole questo continuo masturbarsi sul com’eravamo, i migliori anni della nostra vita e via dicendo, che ormai da anni saturano i nostri teleschermi, le nostre televite. Nostalgia a buon mercato, ironia in sconto comitiva, narcisismo tre per uno: noi che, noi che, noi che. L’egocentrismo di chi dice sempre io è irritante, ma l’egocentrismo di chi dice noi è patetico: talmente fiacchi da doversi aggrappare a una generazione, qualunque sia, per sentirsi importanti. A rievocare poi chissà quale semplicità di modi, usi, costumi, a rievocare chissà quale ingenuità, fanciullezze perdute, happy days, un tempo dell’oro che non è mai esistito – è solo il riflesso di latta di una memoria scarsa di fantasia, l’invenzione maldestra di chi, non sapendo inventarsi il presente, s’inventa il passato.

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Leggere Thomas Pynchon

Leggere Thomas Pynchon è un’esperienza che non somiglia a nessun’altra. Perdersi nei suoi labirinti linguistici, indovinare la trama dei romanzi, sottilissima striscia di sabbia che corre sinuosa lungo traiettorie imprevedibili disseminate di mille e mille altre storie, seguire le scelte e le decisioni dei personaggi, il loro agire, tra disperato e grottesco, in contesti che del reale hanno la fugace apparenza e del suo contrario un’immaginifica, entusiasmante sostanza, esplorare, pur tra infiniti giochi di specchi, il suo nitido universo etico, condividerne le decise prese di posizione, è qualcosa che richiede ben più che una favorevole predisposizione d’animo o una rocciosa forza di volontà. Perché Pynchon dal lettore pretende cieca fiducia. Scrittore in tutti i sensi monumentale (lo sono i suoi lavori, gli argomenti che affronta, lo è la vastità dei suoi interessi), il geniale romanziere americano senza sosta incanta, affascina, stordisce; la sua scrittura multiforme, priva di punti di riferimento, caratterizzata da una bizzarria che sfiora l’incomprensibile (e in molti casi perfino l’indicibile), senza peraltro mai forzare la parola, il suo senso e la sintassi cui obbedisce, è un azzardo folle, un salto mortale, qualcosa che si può pensare di compiere solo se ci si abbandona, per intero, a colui che ci chiede questo passo.

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