Mese: gennaio 2013

Parlare de Gli indifferenti è come voler raccontare qualcosa di nuovo su I promessi sposi: anche del libro di Alberto Moravia è stato detto tutto, o quasi. Allora, perché ho deciso di scrivere un articolo – l’ennesimo – su un libro tanto popolare? Perché ci sono dei libri che ci cambiano la vita e a me questa cosa è successa solo in due occasioni: a venticinque anni con La morte della Pizia di Friedrich Dürrenmatt e a diciannove con il romanzo di Moravia, appunto. Più che le trame di questi libri – che, diciamocelo, libri scritti bene, con una bella storia alle spalle, ce ne sono molti –, a colpirmi sono state delle frasi, delle parole dette in un momento della mia vita in cui avevo bisogno di sentirmi dire esattamente determinate cose: «La verità resiste in quanto tale soltanto se non la si tormenta», da Dürrenmatt, quando avevo estremo bisogno di credere all’onestà della gente; e «Sai cosa si fa quando non se ne può più? Si cambia», da Gli indifferenti.
Il tema del “cambiamento”, la necessità di voltare pagina e reinventarsi, non è nuovo nella letteratura, così come al cinema o in altri ambiti. Cosa accade, quindi, quando non siamo soddisfatti della nostra vita, quando sentiamo che qualcosa non funziona, eppure per abitudine, paura, mancanza di risorse – o, semplicemente, di coraggio – rimaniamo legati a certi ambienti, persone, schemi mentali? Succede che ci riduciamo come gli indifferenti moraviani, ossia ci limitiamo a esistere, consapevoli della nostra inettitudine, eppure incapaci di porvi fine.

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“Quella solitudine immensa d’amarti solo io è il romanzo d’esordio di Paolo Pizzato, 43 anni, giornalista milanese creatore del cliccatissimo blog Il consigliere letterario.
L’autore lo descrive come un romanzo “sussurrato”, invece la sua forza è che dentro ci sono cose che – anche se le sussurri – urlano da sole.
Un amore messo alla prova dalla nascita di un figlio, l’incomunicabilità generazionale, la tragedia di sentirsi soli al mondo.”

(da “Sussurri e grida” di Eleonora Molisani, rivista TuStyle)

L’insonnia di Cassandra

Ha cominciato molto presto ad avere dubbi se sia un bene dire la verità.
«Ricordati che non devi mai mentire.» Rimbombano le parole di sua madre; e la zia che scuoteva la testa per approvare.
«C’è bisogno di tutto nella vita, anche di qualche bugia.» Le parole dello zio, e suo padre che annuiva; a precisa domanda non sapevano però concordare una differenza fra menzogna e bugia.
Da sola Cassandra stabilì la diversità: la menzogna era quella che non l’avrebbe lasciata dormire; con la bugia era solo un poco inquieta al momento di far spegnere il fuoco; avrebbe voluto tenere una piccola torcia, benché facesse fumo e cattivo odore. Per queste bizzarrie manifestate prima di prender sonno si era diffusa l’idea che era una ragazza sensibile, perché gli incauti e gli sciocchi non sapevano quali visite mentali le arrivavano nella notte.
Cassandra non voleva che le occhiaie esposte alla luce del mattino parlassero al posto suo, dicendo per di più notizie approssimative. Voleva tanto dormire, senza pensare più al futuro, che mandava immagini solo per lei ovvie; cercava di fissarsi sul passato, perché già il presente la disorientava.

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(Borges, Venice, and empanadas)

His name is Mitchel Baccinelli, he wants to be a writer, and I feel confident he will succeed: he has talent and humor, and a deep love for life and books. I truly appreciate his compositions in my Italian Writing Workshop and also the empanadas he was used to take to class (much less his blue & black FC Inter jersey). Studying Italian language and literature, and discovering the magnificent Venice, were large part of his education as a writer and as a human being.  

Mitchel, introduce yourself to Priamo, please.

I was born in Miami, Florida, in 1991 to a mother from Nicaragua and a father from Argentina. My dearest passions are food, music, literature, and soccer. My favorite literary works are Romeo and Juliet by Shakespeare, Purgatorio by Dante, and just about anything by Borges. Speaking of Borges, I’d like to share with you all a quote from him: “At the end of the years, I’ve observed that beauty, like joy, is common. Not a day passes in which we aren’t, for a moment, in paradise.”  

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Incontri fraterni

Era una giornata caldissima, con un’afa opprimente ed ero di pessimo umore, irritato dal caldo e dagli insetti.

Oggi, ogni volta che ripenso a quel giorno, immagino che sarebbe stato tutto diverso se la mia Dyane 6 fosse andata in moto subito, come al solito. La storia sarebbe finita lì, dato che, forse, non ci sarebbe stata nessuna storia. Ma invece quella mattina la mia favolosa dea con carburatore completamente revisionato non ne voleva sapere di partire e continuava a tossire in modo secco e stizzoso quasi non ne volesse sapere di portarmi al fresco, lontano dalla città.

Mi sentivo giù di corda, e questo cominciava a rendermi nervoso. Decisi, così, di andarmi a comprare qualcosa da mangiare all’emporio dietro l’isolato.

Alfredo, il negoziante, era un uomo corpulento di mezza età garbato e florido con una grossa faccia a luna piena, capelli lisciati con la brillantina e candidi occhi infantili di un’incredibile tonalità di verde chiarissimo.

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Ogni volta che devo prendere un treno scelgo un libro da leggere. Di solito quello che spero si rivelerà un buon libro è anche la mia coperta di Linus: se mi prende, me lo divoro alla stessa velocità di un freccia rossa; se mi annoia, lo uso da scudo, per legittima difesa (se c’è una cosa che odio in viaggio è: “parlare del più e del meno”). Beh, il giorno che ho preso in mano “Quella solitudine” non ho quasi mai guardato il mare, fuori dal finestrino. L’autore mi aveva anticipato: “E’ un romanzo sussurrato”. E allora perché io, più che sussurri, sentivo grida? In meno di cinque ore l’ho divorato, e ho scritto subito un messaggio a Paolo, chiedendogli se per caso avesse già scritto il sequel. O il prequel. Insomma, qualcosa che mi aiutasse a non sentirmi orfana di quello che ancora rimaneva misterioso, oltre quelle pagine.
Nei romanzi c’è chi si appassiona alle trama, chi allo stile, io oscillo, vago alla ricerca di qualcosa che mi scuota. Tanto da coniare il termine IDV, che “non c’azzecca” con il partito del magistrato-contadino, ma indica l’Indice di Voracità. Da cosa è determinato? E’ assolutamente individuale, perché alla fine in un’opera d’arte ciascuno di noi “legge” o “trova” quello di cui, in quel momento, ha più bisogno. Apprezza quello che è più vicino alla sua sensibilità.

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