Mese: dicembre 2012

Un sogno fatto in Sicilia

È naturale che il primo pensiero vada a un ben più celebre Candido, quello di Voltaire. In realtà, il Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia di Leonardo Sciascia ha in comune con lo scritto del filosofo francese solo l’analogia con alcuni personaggi, la struttura del testo – con ciascun capitolo preceduto da un paio di righe riassuntive -, la marcata ironia e il forte spirito anticlericale.
Montesquieu sosteneva che un’opera originale ne fa quasi sempre nascere cinque o seicento altre, «queste servendosi della prima all’incirca come i geometri si servono delle loro formule». Lo scrittore siciliano è piuttosto scettico rispetto ai risultati raggiunti con il suo libro, nonostante egli abbia tentato di mantenere una sorta di “velocità” e “leggerezza” nel suo romanzo. Tentativo assai arduo, poiché come egli afferma «greve è il nostro tempo», e grevi sono gli argomenti di cui si parla.

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L’enigma nel testo, 2

(Le doppie Illuminations di Rimbaud)

C’è un libro (Cosimo Amantonico, Atto dovuto. Rimbaud. Illuminazioni, Crav – B.A. Graphis, Bari 2011, che firmo insieme all’autore, per una introduzione e per la collaborazione maieutica nello sforzo di produrlo) che accende un problema sorprendente, del tutto inatteso.
Per molti anni ho visto Amantonico riempire foglietti e fogliettini con strani disegni, misteriose sottrazioni di lettere, anagrammi, costruzioni sempre meno ipotetiche di nuove frasi. Gradatamente mi ha poi messo a parte di una scoperta, mai timida ma circospetta e riservata. Mi ha detto più volte di non parlarne con nessuno, allora; e anche il giorno prima che uscisse il libro. Stava scardinando ciò che di comune si sa su Rimbaud. E si fatica a credergli, ma lui insiste organizzando prove su prove, e poi ti trovi coinvolto.

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L’enigma nel nome, 1

(L’untore nella Peste di Camus)

Gli scrittori fanno ginnastiche incredibili quando danno nome ai loro personaggi. A volte ce ne nascondono la provenienza e una qualche simbologia, a volte esibiscono sia l’una che l’altra.

Ci sono state polemiche, e partiti presi, nella lettura ideologica, morale e politica di La Peste di Albert Camus. E sembrava ormai che il gioco fosse chiuso, e molto il silenzio di fronte a questo classico del 900.

Volendo guardar bene, qualcosa si vede che può cambiare la comprensione dell’opera e aiutare quella dell’autore. La chiave sta nel personaggio di Paneloux, e l’enigma anche.

Un padre gesuita, rigoroso, radicale, con tardivi fili di quella che si chiama pietà cristiana. Predicatore di fama.

A guardare bene, e sciogliendo l’enigma del nome, la peste è lui. Paneloux è l’anagramma di Πανούκλα (Panoukla). Camus conosceva per certo il greco classico, e in più aveva amici moderni, oltre ad aver studiato la storia del flagello in tutte le epoche e paesi.


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Insegno cultura, lingua, e letteratura italiana ai Tropici. A Boca Raton, 40 miglia a nord di Miami, lussureggiante cittadina che si specchia sull’Atlantico, ricca di palme e ville principesche color rosa pastello, di iguane che si arrostiscono sui rami, di miliardari e di giardinieri neri. È una follia. Fuori il sole si sbizzarisce, e io dentro a parlar di preposizioni articolate. Perché?
Personalmente lo faccio per cinque ragioni. Primo, non saprei cos’altro fare. Qualcuno ha detto che quelli che non sanno fare niente diventano insegnanti: per quello che mi riguarda è assolutamente vero.
Secondo, insegno lingua e cultura italiana per combattere la mia personale battaglia contro la corruzione del linguaggio – che diventa corruzione del pensiero, essendo il linguaggio padre e non figlio del pensiero.
Cerco di far capire che “Mia Amata Immortale” è meglio di tvb e che le parole non si limitano a trasportare concetti ma hanno colori e suoni che vanno distesi sulla pagina. Le parole non solo si leggono e si sentono, ma si vedono. Io odio gli scrittori che scrivono ecc. Io se vedo scritto ecc. leggo ecc, uno starnuto mozzato in gola. Io odio gli scrittori che scrivono ecc. perché significa che han perso di vista la bellezza, son dei banditori, dei politici, dei chiacchieroni.

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La prima pulsazione di Lolita

Anche se Vladimir Nabokov ha definito L’incantatore (Adelphi, 2011) il «primo, piccolo palpito» di Lolita, sarebbe sbagliato considerare questo scritto come un mero esperimento, una semplice prova antecedente il romanzo sulla ninfetta più famosa della letteratura. Se da una parte L’incantatore è una sorta di scheletro dell’opera del 1955 (certo molto più breve ed essenziale, in cui però è già possibile intravedere un progetto più complesso), dall’altra la struttura del racconto è tale da poter sussistere in completa autonomia. Sono presenti la nota cura di Nabokov per il particolare (che in testi come Ada o Ardore raggiunge punte di massima espressione), oltre che la tendenza dell’autore a raccontare una storia seguendo una precisa logica deterministica: sin dalle prime pagine, infatti, gli eventi sono presentati in maniera tale per cui a delle azioni seguiranno delle ovvie conseguenze.

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Emanuele mi segnala il sito di Priamo – dai un occhio, dimmi che ne pensi – mi ha detto, ed ecco che, curioso, sono andato a vedere. Ho letto il manifesto: il chi siamo, il cosa vogliamo dei fondatori di Priamo, e ho trovato qualcosa di più di un elenco per sottrazione.
“Manifesto”: le parole aprono interi mondi. Per un attimo la mia mente corre al passato e pensa a tutto quello che la parola “manifesto” è capace di evocare, e sono tante le immagini, i significati che nel tempo questa parola ha assunto che viene da lasciarsi rapire. Ma nel manifesto di Priamo si parla di libri, libri nel senso di letteratura, e allora mi è tornato il pensiero fondante. È la letteratura che nutre le radici del pensiero umano, che gli dà forma, coerenza, struttura, senso. È la letteratura che ci dice chi siamo. Lei sola, attraverso la parola scritta, ci svela a noi stessi.

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