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La perfezione non è un punto di arrivo

Taiichi Ohno, padre della filosofia giapponese di management conosciuta con il nome di JIT (Just In Time) affermava che la perfezione non è un punto di arrivo, ma un processo di miglioramento che si sviluppa continuamente. Qualcosa che non si raggiunge perseguendo uno scopo preciso, ma ricercando sempre nuovi obiettivi e perseguendo quello che viene definito Kaizen continuo.
Bisogna perseverare arrivando a migliorare costantemente. Evolvendosi e prendendo coscienza. Alzando lo sguardo verso prossimi traguardi…
MC

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Dipanare una vita in un racconto…

Scrivere è un modo per raccontare confini che non sono mai stati raccontati e per parlare a più persone contemporaneamente.
Se vogliamo intendere la memoria come una sorta di riscrittura della realtà possiamo anche dipanare una vita in un racconto di una trentina di pagine. Descrivendo ciò che vediamo per quello che è, accettandolo nella sua bellezza contraddittoria e senza volerci erigere a giudici di tutto.
MC

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L’amore al tempo di Whatsapp

Vedo il suo profilo WhatsApp retrocedere nell’elenco dei contatti recenti a mano a mano che le nuove chat si aggiungono alla lista, facendo scivolare inesorabilmente in basso il suo nome. È questo il metro che misura la distanza tra noi.
Pigio con l’indice il cerchietto sullo schermo che delimita il suo profilo, è la sola carezza che mi è concessa. Aperta la chat, l’orario dell’ultimo accesso che compare sotto al suo nome è l’indizio che resta della sua vita, adesso che non ci sentiamo più. D’improvviso è online: la sento d’un colpo più vicina e mi sobbalza il cuore, quasi si fosse accorta della mia presenza. La vedo davanti a me oltre le sbarre di un cancello chiuso a chiave crittografica che ci separa, io da una parte e lei dall’altra. Il mio dito, che prima era appoggiato sullo schermo, ora si distende come a oltrepassarlo per sfiorarla, e inizia a scrivere parole senza senso.

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Pietra dell’Acqua

Un naturalista intraprende un viaggio a piedi attraverso l’estremità orientale dell’Altopiano di Asiago per imparare a conoscere l’ecologia del passato di queste montagne. Resta a camminare tra i boschi e le contrade di Foza per osservare il paesaggio e le diverse specie di alberi. Devierà presto dal cammino battuto per concentrarsi su panorami inconsueti, i più rivelatori. Scoprirà i ritmi lenti e misteriosi della natura e tante tracce quasi invisibili che trasformeranno il suo itinerario in una trama di fascino e incanto.

Nel giugno del 1994, quando un’anticiclone proveniente dall’Africa investì in pieno l’Italia, intrapresi un viaggio a piedi attraverso l’estremità orientale dell’Altopiano di Asiago con l’idea di imparare a conoscere l’ecologia del passato di questi monti. Di rado mi sono sentito così libero come in quei giorni, durante i quali vagabondai per i boschi e le contrade di Foza. Alla prima luce del mattino mi inerpicavo lungo sentieri soffici e muschiosi che si snodavano tra fratte di felci e mi sentivo meglio, sollevato, libero in mezzo a tutta quella profusione di meraviglie. Ad assorbire i miei pensieri nelle prime giornate fu l’osservazione analitica di particolari botanici come la morfologia dei fiori o cose simili.
Osservavo gli aspetti decorativi degli alberi, il portamento, la forma della chioma, la persistenza o meno del fogliame, il colore delle foglie, eventuali fiori e frutti.
Ero affascinato dalla bellezza del luogo, soprattutto dalla luce radente che penetrava in basso fra i tronchi e accentuava per trasparenza il trascolorare delle foglie.

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Incurabili

Camminavano piano quel giorno alle Zattere, come chi ha paura di arrivare troppo in anticipo da qualche parte. Aleggiava una nebbiolina pallida e scrutavo disperatamente l’orizzonte forse alla muta ricerca di un segno di salvezza. E c’era nell’aria uno strano odore di alghe gettate a riva, vaniglia e caffè. Venezia è la città dell’occhio, diceva Brodskij. Perché qui è la pupilla a essere animata e di continuo sulla rètina si alternano balconi incrostati di marmi policromi, frontoni intarsiati di serpentino, nicchie rivestite di mosaici scintillanti, cornicioni ornati da cherubini o finestre moresche che si specchiano nell’acqua torbida… E tutto questo “troppo” per l’occhio può essere curativo perché allontana nostalgia e malessere e fa andare oltre l’ovvio, toglie dalle cose la polvere della banalità e dell’oblio.

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Il cimitero di Eco

Mi piace un botto che i miei amici mi consiglino dei libri, c’è sempre un piacere sottopelle durante una conversazione a sfondo letterario, ci si sente quasi degli intellettuali, in senso buono, certo, non in senso snob, be’, forse appena un poco, comunque sia ci si sente bene, elevati, privilegiati, si fa parte di una élite, una ristretta élite di quelli che ancora leggono i libri, possibilmente su carta, grazie, e gli e-book? Eh, lì si storce un po’ il naso ma poi si perdona, l’importante è leggere, leggere, leggere e poi, dopo aver letto, scambiarsi le opinioni, i commenti, i consigli – ah, che bella che è una bella discussione letteraria, lasciamo perdere che il più delle volte è anche noiosa, che non si ha mai letto questo o quell’altro, che a volte si fa finta, che non ci si ricorda il titolo, che si annuisce poco convinti di una trama che ci sembra sempre la solita, ma che ci viene presentata di volta in volta come emozionante, commovente, elettrizzante ed ogni altro aggettivo strabiliante che è anche participio presente, quella trama di quel libro di quell’autore che poi hanno fatto anche il film di quel regista con quell’attore ma però il libro è ceeeeeeento volte meglio, ma che scherzi?, neanche il paragone, DEVI LEGGERLO, non si discute e allora che fai? Te lo compri.

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