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Odori, sapori, rumori, colori

Nell’ultima parte del viaggio verso Covendo, Luigi visse un incredibile caleidoscopio di emozioni. Odori, sapori, rumori, colori.
Pensava, così, a quanto i giorni che gli restavano davanti sarebbero stati pieni di cose da vedere e forse non sarebbe neppure riuscito a osservarla nella sua totalità quella incredibile materia che era a sua disposizione.
“Il 27 maggio ci levammo presto. Il barometro era a 724. Si trattava di rimontare il Beni per giungere alla Missione di Covendo, distante 6 leghe di cammino dalla confluenza del Bopi, verso sud.
Per rimontare questi fiumi, non si usa mai il callapo, troppo pesante, ma la balsa sciolta. Si legano tre corde alla punta del palo di mezzo dopo la tavoletta — la chiamano hoimù — piantata in piedi sulla prua. Tre uomini scendono a terra e tirano la balsa con le tre corde; il quarto — perché l’equipaggio di una balsa è composto di quattro uomini — scende anche lui a terra, armato della lunga canna di charo e, appoggiandolo contro l’hoimù, ora dalla spiaggia e ora entrando nell’acqua, scosta la balsa quando sta per avvicinarsi troppo alla riva.

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La maestosa luce della felicità

Una sera, Luigi restò in attesa. Aveva cominciato a piovere. Sentì le gocce leggerissime sulle braccia, sorpreso. Si strinse nelle spalle mentre la pioggia cadeva su di lui, e cadeva silenziosa nel buio sul volto turbolento del fiume.
Il mondo gli si apriva davanti come non si era mai aperto prima e ogni pensiero gli si affacciava alla mente trasfigurato dalla maestosa luce della felicità.

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Solo lo sciabordio dell’acqua

Ripresa la via d’acqua, passarono con difficoltà, tanto che “onde fortissime coprirono il callapo, le casse e lo scrivente fino al petto, e gettarono, sulla balsa fortunatamente, uno degli uomini di prua”.
A un certo punto l’acqua “fece sentire un sibilo come se vi fosse stato immerso un ferro infuocato, e la sua superficie si coprì d’un immensa quantità di bolle, le quali scoppiando lasciarono esalare l’odore dell’idrogeno solforato”.
Luigi aveva nelle orecchie solo lo sciabordio dell’acqua e i borbottii dei neofitos che tentavano di trovare un modo per andare avanti. Il Bopi fece una curva verso sinistra e per un po’ sembrò che l’agitazione dell’acqua si fosse calmata. Ma appena ebbero terminato la curva, il corso del fiume divenne velocissimo e poco più avanti urtarono su una grossa radice che sporgeva e si ritrovarono nella rapida al centro del fiume a remare ancora più forte come se fossero sull’orlo di un precipizio. Poi di colpo, in modo quasi miracoloso, tutto si calmò.

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Circondati dal mistero della vita e della morte

Attraverso un varco fra gli alberi, Luigi poteva vedere, lontano sotto di sé, la valle in cui scorreva il fiume. Le montagne sembravano fondersi, al tramonto, in una nebbia rosea e trasparente da cui giungeva un rumore sordo, come un mare.
“Durante il giorno, vidi una lontra nel fiume.
Arrivammo alle 5 pom. circa alla seconda grande rapida, detta di S. Fernando, tutta seminata, come la Ciaria, di grosse pietre, benché sia meno pericolosa. Ormeggiammo sulla destra, e si scaricò per rifare l’operazione già fatta alla prima. Qui dunque passammo un piccolo torrente dalle acque cristalline, chiamato San Fernando (e non è facile passarlo senza cadere, perché le pietre son tutte coperte d’alghe che le rendono sdrucciolevoli), poi si cammina su file di grosse pietre lungo la spiaggia, si passa per un sentiero un breve tratto di bosco e si arriva a una angusta sponda, sulla quale fu depositato il carico.

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Sulle acque del Bopi

Luigi stilò una sua lista di reperti: Bertholletia excelsa, Capsicum baccatum, Ipè Tabebuia, Cariniana Pyriformis, due tipi di Chelidonia, Acer saccharum; e Chimaphila Umbellata, Manilkara Zapota, Flos Passionis; e poi licheni, muschi, piccole agavi, diverse orchidee e un coleottero titano dalle dimensioni stupefacenti che con le sue mandibole poteva tranquillamente spezzare una matita in due.
Si sentiva felice, forte e fiducioso. Intanto il callapo proseguiva dondolante e incerto il suo viaggio.

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Quasi come un’isola nella foresta

Ormeggiarono il callapo su una largo tratto di terreno dove si trovavano, quasi come un’isola nella foresta, delle grandi piantagioni di cacao, caffè, coca e china.
Luigi conobbe il proprietario della “colonia”, tale señor de Belmonte, nobile spagnolo appassionato di botanica e collezionista di serpenti che viveva ritirato dal mondo. Parlarono a lungo saltando da un argomento all’altro e condividendo attimi preziosi.
Belmonte dimostrò di avere forti idee personali sulle colture e la loro progettazione. Raccontò a Luigi della mandorla del cacao, “forse il frutto più oleoso che produca la natura”, spiegandogli — con dovizia di particolari — perché le piante migliori crescevano “all’ombra della natura selvaggia, avulsa dal predominio dell’uomo”.

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