Primavera!

Tu che arrivi prima dell’estate
E sei la prima a splendere
Come stella mattutina
Che accompagna il sole in alto nel cielo
Nuova vita doni alla nuda terra e speranza di copioso raccolto
Freschi profumi di risveglio dopo il taciturno sonno invernale
Dove immobile tutto ha riposato per ritornare trasformato

Il tuo augurio è di germogli fioriti e di campi colorati d’arcobaleno
Sole e pioggia in premurosa armonia mesci
Che appena arriva una, l’altro subito via se n’esce

Le viti s’intrecciano in nodi d’ebbro amore e
I miti ulivi sudano lente gocce di sacro olio
Passeri spensierati li cingono d’allegri cinguettii
Rincorrendosi come innamorati che ancora non sanno d’amare

E mentre la Pasqua va risuonando per le campane del villaggio
Il gentil tepore d’aprile lascia posto al vivace calore di maggio
E quando le lunghe giornate ormai non sanno più di primavera
L’estate è già alle porte, dalle finestre entra tardi la sera

(Luca Giacomozzi)

La nascita della lettera

Tra le più antiche lettere ritrovate ci sono poco meno di una decina di esemplari greci scritti a graffio cronologicamente databili al periodo tra il VI e il IV secolo a.C.

Sono testi brevi, disposti su poche righe. Contengono ordini, disposizioni o richieste del tipo «Thamneus lascia la sega sotto la soglia della porta del giardino» oppure «Emelis, vieni più presto che puoi». È da queste semplici comunicazioni di servizio che comincia la storia delle lettere.

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Treno vista mare

Il treno corre senza fretta parallelo al mare, due linee equidistanti che a tratti si avvicinano assecondando le irregolari insenature di questo, o le leggere curve disegnate da quello. Come attraverso uno zoom che ingrandisce l’obiettivo e poi si allontana al ritmo alterno di tale avvicendamento, lo sguardo oltrepassa il finestrino e si adagia sull’argentina superficie del mare mattutino, immobile specchio che duplica i raggi del sole già alto nel cielo terso solo ai bordi contornato da geometrici filamenti nuvolosi rossicci.

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Diario greco 7

Questo suo modo di scrivere cosi colorato e vivo mi apparve quasi subito come una necessità catartica e forse per questo rimasi più volte a rileggere certi punti che faticavo a capire per la ricchezza di metafore e di invenzioni fulminanti che mescolavano felicemente espressioni gergali ad allusioni colte con risultati che di volta in volta potevano essere velati o spiazzanti.

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Diario greco 6

Asprea si fa trascinare dagli eventi e dalle circostanze nei luoghi più impensati. Avverte in modo chiaro il piacere dello stupore prendendo piena coscienza di se stesso. Vede nella Grecia classica non solo la propria origine, ma anche una sorta di rifugio ideale di serenità, lontano da tutte le guerre del mondo.
“Camminare in Arcadia è immergersi in un mondo che non è più il nostro, è spogliarsi di vesti e bagagli pesanti che gravano sui nostri pensieri, è indossare il saio, calzare il sandalo e seguire le vie eterne della transumanza. È un ritorno alla conoscenza primordiale, allo stupore dei primi incontri, al primo sguardo rivolto al cielo, alle stelle, alla terra. È sentire il primo canto, il primo verso. Sentire la parola, ancora oggi chiara, dell’antico accento dorico.”

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Diario greco 5

Poi, di colpo, il viaggio. La ricerca di un’origine, di una matrice identitaria, di una mappa. Un altrove che sembra alludere a un oltre. Una soglia, un percorso iniziatico, uno spazio liminare.
“Dalla pianura la strada sale con ampie curve verso le colline nell’ampia valle dell’Alfeo, sempre più su verso Olimpia. Si arriva all’improvviso e il cartello stradale, nel chiaro corsivo dorico, evoca lontane storie e mitici eroi del passato.
Mi risveglio da un torpore strano, incontenibile. Seguo i turisti, tanto per darmi un contegno, e mi ritrovo inaspettatamente tra le colonne ioniche del Ginnasio con un biglietto in mano e un libro aperto davanti.

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